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"Il cappotto di Astrakan" di Piero Chiara****

Una settimana e mezza fa ero ammalato.
Ho contato che che erano 22 anni che non prendevo l'influenza... son tanti. Ricordo che l'ultima fu, credo, al primo anno di uni. Poi una volta al lavoro ho detto che ce l'avevo e stavo a casa un giorno ma era solo per andare a fare una gita con una tipa.
Anyway. In questi 22 anni ho sempre pensato che se mi ammalavo c'era un aspetto positivo: potevo leggere.
Leggere. Tutto il giorno. Come facevo nelle estati quando la vita era più bella e io passavo i week end al mare.
Ecco. Non è così.
Costacats di febbre a 39 manco riuscivo a muore un dito.
Ma poi un po' mi è passata, e sono riuscito a leggere. Volevo un libro bello, magari un classico, ma che fosse corto.
Anche se ho più di trecento libri da leggere... non so, non trovavo. Poi ho visto che questo Piero Chiara, che non aveva la sovracopertina che vedete là, era scritto in grande. Un times 14 a occhio.
E diamine, Il cappotto di Astrakan è forse il titolo più celebre di Chiara (okay, forse c'è La stanza del Vescovo, che non ho letto), e lo sapete, io per quel poco che ho letto, lo adoro.

Racconti, per ora. Ma volevo vedere come se la cavava con un romanzo.
E niente, la parola che mi viene in mente ogni volta è Eleganza. Scrive elegante, Piero Chiara, di un'eleganza che c'è anche nel suo modo di scrivere colloquiale, di provincia, di persone che ci raccontano storia in modo elegante, distinto, pur essendo dei mezzi beoni da osteria, pigri e inamovibili. E veniamo a questo cappotto di Astrakan.
Non siamo a Luino, e questa è una mezza notizia, e dico mezza, perché alla fine, Piero, il Lago Maggiore e i suoi paesaggi, i personaggi di provincia, il borgo e l'osteria, ce li mette dentro lo stesso, vuoi ambientando il finale del libro, vuoi di riflesso, nella narrazione del protagonista.

Il protagonista... sì, personaggio chiave, perché è dalla sua voce confessione che veniamo a sapere la sua storia, o meglio, la sua avventura. Un'avventura che poteva cambiargli la vita, muoverla, ma che lo porterà a scegliere in modo brusco tra un amore non travolgente e il solito delizioso e inutile tran tran in riva al lago. Ci vuole coraggio, ovviamente, per la prima scelta, e non vi dico se il nostro protagonista ce lo avrà o meno.
Certo... la sua caratterizzazione è deliziosa, perché all'inizio si parte piano e veniamo a scoprire che a Parigi, il nostro narratore, c'era stato, sì, ma in periodo pre guerra, e non era stato un buon soggiorno, perché andava a trovare un amico, in galera, ed era stato subito sospettato come complice... e insomma, meglio provare ora, cercarsi una sistemazione che costi poco, e stare nella città dei Bohemienne finché i soldi durano, a fare niente, se non ballonzolare e camminare.
Un'idea da pigro cronico. (E pigrizia, sappiatelo, è la seconda parola che mi viene in mente leggendo Chiara. C'è sempre la pigrizia, nei suoi libri, mista a indolenza) E un'idea che sfocia subito in alcuni casi inaspettati. Trovare alloggio da una vedova, per esempio, che da coriacea quale è diventa meno arcigna e ben presto quasi gentile. Chissà perché... Poi, per parlare con qualcuno, dopo aver visto una tipa che ignuda e ignara dalla finestra viene vista fare ginnastica, cominciare a stalkerarla (diremmo adesso), fino a diventarne il fidanzato. E mentre si passa la vita a leggere i libri del figlio della vedova, che pare sia in India a trombarsi una del luogo avendo lasciato la dolce fidanzata promessa, ecco arrivare il suo cappotto di Astrakan, regalo della vedova. Cappotto che, in fin dei conti, è protagonista anche lui un po', perché sarà quello che svelerà al lettore (che un po' lo stava sospettando da qualche pagina) e ai protagonisti, Valentine soprattutto, la ragazza, che è une bellissima coprotagonista

E poi arriva lui, il terzo, quello che doveva essere in India. Anche lui, Maurice, personaggio esterno, che irrompe nella storia, è un bel tipino. Tutto però, anche se c'è un accenno di tensione verso la fine, tutto dicevo, corre sui binari della pacatezza, dei ragionamenti leggeri, a volte quasi ironici o surreali del narratore, che è sì un bravo giovanotto, ma che, insomma, qualche difetto ce lo ha. 
Poi c'è anche un po' di sesso, dentro, raccontato delicatissimamente, eppure raccontato, ed è sia di tipo far l'amore, gnignigni gnagnagna, sia di tipo daiscopiamocomesenoncifosseundomani, tra il narratore e una imprevedibile donna con sindrome da crocerossina. 
Ecco... direi, a vederlo nel suo intero, che questo è proprio un romanzo delicato. Un po' come avere per le mani una storia avventurosa e potenzialmente piena di colpi di scena e tensioni, e invece mettere gli accenti sui posti sbagliati, più tranquilli, sulle interiorità dei personaggi, sull'indolenza di provincia, su Parigi, su corde che gli eterni peter pan come me sanno bene di cosa son fatte. E deve esserlo stato, Chiara, un tipo così, perché anche se ci tiene a dire che non sono vicende che gli sono successe, nel '78, anno di uscita del libro, egli era stato in Francia, compresa Parigi, e quel narratore sembra davvero lui, o almeno, il lui di altri racconti che ha scritto in prima persona con elementi autobiografici.

E' tutto, cari. Potrei dirvi che è uscito il video nuovo dei Depeche, che non mi fa impazzire ma la canzone è buona. Potrei dirvi che sono arrivati i nuovi pokemon e son più belli dei vecchi, e che finalmente oggi ho sono riuscito a tornare a correre anche se vado a due all'ora come i vecchi. Ma sono cose che non vi interessano. Forse meglio se non vi dico niente, Ma a me piace dire cose, e vi dico anche che c'è una canzone nuova di Lana del REy, che ho scritto una bella quasi poesia sui bucaneve,  Ah, e come registrano i Radiohead un capolavoro di disco come l'ultimo? Così!

Ma io ho deciso che vi saluto con la domanda che tutti vi siete fatti e non avete avuto la verve di cercare una risposta: chemminkia è, l'astrakan?
Ecco... una pelliccia che viene da questa pecora, il caracul, ed è lucida e nera.
Lo usano molto in Russia, tant'è che il nome stesso viene da una città russa. Ecco, ora siete più colti.

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"Kebar Krossè" di Stiefin Morat****

Questo è un libro che voi non potete, probabilmente, leggere, ma ugualmente io ve ne voglio parlare qui, perché è uno di quei libri che vuoi che si sappia che esistano, anche se uno non può leggerli.
Il discorso del non poter leggerli, riguarda la lingua usata, il friulano, o meglio, i friulani, perché ne usa tre, e il fatto che anche io, all'inizio, ho faticato un po' a leggerlo subito... solo un po', perché poi, grande, grande soddisfazione.

E quindi, anche se so di star facendo una cosa pressoché inutile, io la faccio. Di che parla questo piccolo romanzo distopico di una 140ina di pagine? Che cos'è il Krossè a cui si riferisce il titolo? E cosa sono i kebar, di cui si nutre l'interà società rimasta?
Ecco... non ve lo dico, ma non sono cose belle, come potete immaginare. Un lieto fine non ve lo dovete aspettare, ma come in tutte le distopie che si rispettino, Morat non è così cattivo da non lasciarci nemmeno una speranza.
Montag, è il nostro protagonista. Udine la città in cui vive. Lui cittadino, una casta di mezzo, non ai livelli di quelli che stan sopra, ma nemmeno disprezzabile come quelli che stanno all'esterno, in periferia, nella Cengle, operai senz'anima che mandano avanti la produzione della chimica che sostiene e placa il vivere di tutti. I papots, traducibile come i papocchi, che sono da droghe a cibo, e di cui tutti si nutrono. E Udine? com'è?
Una clessidra, muri che si sgretolano e diventano polvere. Intorno deserto, anzi, il nulla. E i treni. Misteriosissimi treni che vanno, non si sa dove e da dove. E una società di caste, gente che per lavoro spacca ossa, invece di aggiustarle, gente che non si chiede nulla. Acqua e aria limpide solo un ricordo. Il futuro un qualcosa che - nonostante tutto - pare quello di adesso.
Lingua che cambia, è cambiata. La curiosità, la voglia di. Finite... morte. E nessuno che senta il bisogno che siano vive ancora, soprattutto.
Montag che non solo viene da fahrenheit, ma che vive le sue avventure di lunedì, nei drogati lunedì sera. Montag che è l'ingranaggio che comincia a girare male, in questa macchina di nichilismo e spersonalizzazione che è la Udine del futuro.

E i libri? E l'economia? E la musica? E i rapporti umani? Cos'è diventato tutto questo? Ci sono le risposte. E c'è una risposta linguistica. I friulano standard è diventato lingua dei fighetti, dei boriosi che dominano. Una variante è quella dei normali, mentre i proletari delle periferie, ecco... si sono inventati una lingua nuova. Mescolata e sporca. C'è l'Africa, in questo libro, come lingua e come sentire ancora non contaminato. Montag e Mamì Manamà, un'unione fuori schema, che si sa... non porta a nulla di buono.

Ecco... basta, direi. Se poteste leggerlo, in friulano, questo romanzo post apocalittico, leggetelo. Se trovate qualcuno che ve lo legge... sfruttatelo. Fa pensare, e si soffre, e ci sbatte in faccia  il nostro nulla. Certo... poi forse, come piccolo difettuccio, l'uso massivo del verbo "impirâ" inforcare, e la "solita" fine che ha fatto la natura, l'ambiente, inteso manicheamente come cosa buona e perfetta, chiaramente distrutta dall'uomo.

E io vi voglio salutare con un esempio di quel terzo friulano, quello dei sobborghi, però non quello sporco e neonato, ma la lingua nuova che ancora si capisce. E' Mamì che parla, e in queste righe c'è tutto il significato del libro e non solo di quello. Ma non ve le traduco.

"Dulà che si croi che a sedi il nuia, al eis un sbisiâ di robis, ma bisugna tignî voia di cjalalis e no si viôt ator zent che a tignedi chista voia. No la tegnin chei che a stan ta la citât e no la tegnin chei che a stan ta la cengla. A eis la voia, che no si len pi! Chel albar al è fi di una voia che cualchidun nol riva a meti in banda. Par no murî ta chistu consumâsi lent di mùrs e di musis, di domandis no fatis.
A son puoscj dulà che il polvar nol disfa, ma al fa' sù. Noi eis facil, parcè che si a di tignâ voia di rivâ, ma al eis ulì che i ai cjatât chel albar. E al eis ulì che i provàn a viodi se a son altris trois four di chei che a portin tai slabilimints o ta la pica da la citât. Jo no sai se al eis cualchicjossa, se cualchicjossa al esist di cussi biel di ve la fuarça di fermâ un vuli, di glacâ una paravala, di rompi un pas. Cualchicjossa che al sedi pi fuart di una injustizia, parcè che encja l'injust nol ten pi la fuarça di fermâ un pas, una paravala, un vuli. Cualchicjossa di cussi biel di rompi e di ingrumâ, di fa jev  i cjâfs e racuei, di tirâ dongja, di da acet a una musa o a una domanda."

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"La grammatica di Dio" di Stefano Benni***

Sono malato.
Forse in via di guarigione, forse, perché già ve lo avevo detto che mi cadeva la testa. Ma non pensavo fino al punto da fare tre giorni di quasi trentanove senza riuscire a uscirne.
Eppure...
Adesso non ho più la febbre, ma mi sento come se camminassi sulle uova, la pancia è un terremoto di malessere e la testa non cade, ma nemmeno sta ben salda.
Secondo me non è influenza e se lo è con me è stata cattiva e secondo me non starò bene ancora per parecchi giorni, se non altro perché la tosse mi strizza il petto come fosse di yogurt e niente... boh.

Comunque, nei frammenti non di delirio ho cercato di leggere.
E ho cominciato da questo.
In realtà me lo ha prestato margherita, che dice che erano raccontini carucci, e io mi sembrava di averlo avuto a casa e infatti lo avevo, in questa edizione ricevuto da non so chi non so come non so perché.
Così l'ho letto in questa edizione.
Si, devo dire che sono tutti racconti godibili e nessuno mi ha annoiato... forse due o tre mi hanno lasciato un po' indifferente, ma nulla da lasciarli a metà. Il mestiere si vede, perché se vuole, in certe parti, Benni scrive davvero bene, e dove non cerca di far ridere, o insomma, dove non percorre la sua solita via del surreale spinto, che lo ha reso celebre con quelle accoppiate anni ottanta di Celestini e Bar Sport, ecco in quei frangenti lo preferisco, o almeno, l'ho preferito in questi racconti.

Ma diciamo subito un difetto.
Alcuni sono vecchi. Nel senso che quando si scrive un racconto sui cellulari, per dire, be' è nel gioco delle cose che potrebbe invecchiare molto presto e infatti quel racconto lo era. Sembrava darti l'idea di scarsa credibilità, durante la lettura, e la sensazione è - per quanto inevitabile - presente. Non sono tanti, okay, ma mi hanno fatto pensare che avrebbero avuto bisogno di essere riscritti, magari rivalutando un po' le cose, perché siamo nel 2017 e in 10 anni (raccolta dovrebbe esser del 2007 o giù di lì) le cose cambiano assai.
Soprattutto in fatto di Storie di solitudine e allegria, che è il sottotitolo della raccolta, che non sono stato a scrivervi là sopra nel titolo

E niente, mi tocca interrompere
non riesco a darci fuori
vado a mangiare la minestra e mi sa che torno nel letto

E riproviamoci dai. Anche perché sennò domani chi lavora.
Facciamo così. Vi elenco i racconti, vi dico due parole di cosa parlano se me ne ricordo, e vi do un voto da uno a sei, come faccio fare ai miei raccontini, che almeno sono obbligato a scegliere sempre se salvarlo o meno.

Boomerang. Questo mi è piaciuto. Remo, vedovo, tanto il suo cane lo ama, tanto lui lo odia. E fa di tutto per abbandonarlo. Racconto di quelli che fa salire il sangue alla testa che non hanno agli animalisti, quelli che "meglio che muoia un bambino innocente che un animale". Il bello è che a me, alla fine, il cane e il signor Remo stavano sul cats in modo uguale. Stupidità e cattiveria sono due cose che odio in pari modo. Voto 5.
Mai più solo. Quello dei telefonini. Schema già visto, racconto obsoleto. Voto 3, se non altro perché due sorrisini te li strappa 
Lo scienziato. Che cerca l'uomo più solo al mondo. Finale telefonato e anche questo non mi ha fatto ridere. Poi... i soliti luoghi comuni sulla mancata solitudine colpa della tv del telefono, della gente del business e di tutti i prevedibili demoni moderni. due.
L'orco. All'inizio mi è piaciuto, anche se ovviamente ci si aspetta il ribaltamento. Però qui i buonismo non c'è e vincono dei cattivi, e persono dei cattivi, e alla fine siamo anestetizzati a tutto questo. E quindi 4, racconto che fa piacere aver letto.
Alice. Nel paese delle. Sì, rilettura caustica e moderna e tristissima di una Alice che mi è risultata irritante. Sfigata. Ben poco meritevole di meraviglie, ma i racconto fa la giusta tristezza. Anche qua, soliti stereotipi del bene e del male. 4 dai.
Una rosa rossa. Un magnate della floricultura racconta una storia strappalacrime. Finale molto bello, perfetto, direi, con quel forse maiuscolo che non ci lascia certezza. Sei.
Pari e patta. Una gara di tradimenti giocata stavolta giustamente sugli stereopiti del marico ricco e stronzo e della moglie troia rifatta, insomma... tre.
Le lacrime. Mi sapeva di già letto, ma più che altro perché la cosa aliena poetica che cade dal cielo è un tema spesso trattato. Non mi è dispiaciuto, se non altro per la brevità e il finale non del tutto buono. Anche qui però... c'è quel continuo riferimento a "la società è marcia e non c'è più il bel mondo di una volta". 
Orlando Furioso d'amore. Benni puro. Questo potrebbe essere una costola dei suoi classici romanzi. Citazione ariostea in salsa dolce che due sbaccanate te le fa mollare, coi soliti calembour su nomi e cognomi. bello. 5
L'istante. Racconto filosofico surrealista. Scritto benissimo. Bello.5.
Leonnino, anzi, L'eutanasia del nonno. Fantastico agrodolce racconto. Quando il vecchiardo a dato i gianduiotti al vecchio del letto di fronte per soffiargli la badante, ho sbaccanato di brutto. Anche qui si lavora sugli stereotipi. Primario arrivista cattivo. Parenti serpenti. Vecchio solo e abbandonato. Stato che non ci lascia morire. Badante figa e picchiata dal marito gretto. ecc... ma li si usa per far ridere. e funziona. 5
Un volo tranquillo. Questo mi è piaciuto molto. Un passeggero di quelli insopportabili, che vede in ogni vicino d'aereo un possibile attentatore...è questo che ci hanno fatto diventare? Io no. Lui si. voto sei.
Un Ladro. Sospiro. Ancora il tema della solitudine, dell'emarginazione. Della società dei diversi, dei borderline. Sapevo che finiva così. Anche qui famiglie che si sfasciano, come in tutti i racconti anche qui le cose di una volta che non ci sono più. Amen. Ma non brutto. 4
Solitudine e rivoluzione del terzino Poldo. Un breve racconto sul pallone. caruccio ma nullaltro.3.
Frate Zitto. Tra i più belli. la religione. nel senso ampio delle cose. fattasi racconto. Molto bello. 6
Carmela. Il destino di una vecchia gallina vista da una vecchia gallina. Bello anche questo. Poetico, a suo modo. 5.
Dottor Zero. Un uomo che conta non conta più, nel classico ribaltamento da film natalizio. Solo che qui, alla fine, non impara un cazzo.  5 Perché la verità è che quando uno è stronzo, è stronzo dentro e non guarisce.
Lezione sotto il mare. Una balena insegna i classici... Moby dick, ovviamente. brevissimo e simpatico. 4
Una soluzione civile. Cioè guerra, organizzata, per risolvere i problemi di politica. Un finale telefonatissimo. ma uno scenario angosciante e plausibile. ahimè. 4
Il controllore. Il solito racconto sugli alieni che giocano col mondo. con la solita console. e il solito figliolo stronzo e capriccioso che per errore distrugge il pianeta. Letto almeno una decina di volte. 1.
La strega. Racconto della crescita di una strega, perché ci sono le streghe e i roghi sono sempre accesi. Triste verità. Trump è un inquisitore, senza saperlo, per dirne uno. Al alcune donne lo hanno pure votato. Ma... Anyway, non mi ha entusiasmato, alla fine. Nemmeno dispiaciuto, però. 4
L'indovina. un racconto favoletta morale di poche righe su ciò che veramente interessa agli uomini. i cazzi propri, è la risposta. 5
Il presepe vivente. Altro racconto surreal benniano, che parla degli attori di un presepe vivente. chiaramente, tanto casto, non poteva essere. Simpatico 4
Lo spirito del camino. Bello! Per me che ho la mania del fuoco, e non lo abbandonerei mai, bellissimo. Triste, certo. Prevedibile. Il solito "si stava meglio una volta" dietro le quinte, ma l'ho sopportato. I fiammorgalli esistono ancora? Chissà.... SEi.
I due pescatori. La morte e un vecchio. Due pescatori, i girasoli, la vita quando deve finire... un racconto poetico, non brutto. e con belle immagini.5

Ecco fatto. 
Alla fine, unica critica trasversale che mi sento di fare, è una non critica. Ovunque emerge questo senso di "Una volta era meglio" "Sta andando tutto a puttane" "Non ci sono più le famiglie di una volta" "non ci si vuole più bene" "La tecnologia / l'inquinamento / il consumismo / la società / l'egoismo ci sta uccidendo"... ecco... io devo dire che ogni tanto mi rompo un po' il cazzo di questo frignare. Però è anche vero che è così. Purtroppo è vero. quindi... meglio godersi i racconti senza farsi troppe paranoie esistenziali, che alla fine, sono quasi tutti piacevoli.

Che altro dirvi?
E' uscito il nuovo Mark Lanegan, ed è un bel pezzo.
E anche il nuovo Father John Misty, che ha un video straniante... e inquietante.
E boh... torno nel letto, a leggere Fenoglio.



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"Tre storie allegre" di Carlo Collodi**

Nel mio cercare di non arrendermi alla mia stessa decisione del non leggere più, mi ero pigliato questo, dall'enorme colonna di racconti d'autore del Sole 24 ore
E' il numero 73 e se non è l'ultimo è il penultimo.
Mi sono fatto ingannare dal titolo.
Volevo storie leggere, brevi, che si potessero leggere facile, magari ad alta voce, che che anche questa direi che è meglio evitare, visto che la voce la perdo ogni sera.
Ordunque... Tre storie allegre.

Lo sono? Sì e no, suvvia.
Sono storie che hanno una data di nascita ultracentenaria e voglio dire, le ha scritte uno che ha fatto due guerre di indipendenza, sia quella del 48, sia quella del 1860, e come volontario, quindi uno che di risorgimento italiano ci capiva per esperienza diretta.
Tutti lo conosciamo per Pinocchio, e io pure, millenni fa, lo lessi, e non so, non ricordo se mi piacque o meno, ma resta che sono scritti che non puoi non contestualizzare.

Detto questo, non mi va di essere buonista con queste tre fiabe, una molto lunga, quella di Pipì (sì, proprio così si chiama) lo scimmiottino che sembrava un bambino e che faceva i capricci come e quanto i bambini capricciosi. Ingordigia, venir meno alle promesse, capricciosità spinta... queste le sue colpe. Collodi, si sa, ha la morale come primo punto fermo, e i suoi scritti, qui con in pinocchio, mirano a darci, e a dare ai bambini a cui si rivolgono, un insegnamento. "Pipì, o lo scimmiottino color di rosa" è quella più zeppa di avvenimenti, e devo dire che nella prima metà mi è pure piaciuto.
E' una fiaba, e ci sono tutti gli elementi fantastici della fiaba. Giganti, fate, signori, bestiacce cattive... insomma.... si salta di palo in frasca con animali parlanti e colpi di scena, analessi improvvisate e mancanza di logica. Ed è bello così. Un po' alla lunga poi la storia stanca, e infatti non la finivo più. :)

Poi, le altre due, sono più brevi. Una è L'omino anticipato. Ossia la storia di tutti quei ragazzi che vogliono parere uomini prima del tempo. 
E il titolo dice già tutto, e vi racconta di Gigino (i nomi sono ottocenteschi e sono fantastici) che cerca in ogni modo di, e fa figure di emme a non finire. Anche questa, a tratti, mi è piaciuta, e a tratti mi ha spaccatopalle, nel senso che okay, Gigino mette tuba e tutti ridono, Gigino mette collare inamidato e cade per terra, Gigino... ecco, alla 5-6 volta che Gigino fa qualcosa e fa figuracce direi che il concetto lo abbiamo capito, con buona pace di Collodo Collodi. Poi ripeto... è roba vecchia e si fa rileggere ancora adesso, e anzi, è interessante per le scelte lessicali che oramai si sono estinte ma che, a rileggerle, hanno un certo fascino.

Terza storia, La Festa di Natale, era partita bene, con Luigino protagonista e gli altri suoi due fratelli, figli di contessa, che dovranno decidere cosa fare del salvadanaio. Ecco... diciamo subito che stava bene nel libro cuore, questa cosa. Ma certi passaggi sono comunque graziosi.
Aspettate... tipo questo all'inizio:
Finita l'ora della lezione, il più gran divertimento di Luigino era quello di cavalcare un magnifico cavallo sauro; un animale pieno di vita e di sentimento, che sarebbe stato capace di fare cento chilometri in un giorno se non avesse avuto fina dalla nascita un piccolo difetto: il difetto, cioè, di essere un cavallo di legno!
Ecco... cose così erano carine. La storia però, questa era brevissima, era decisamente troppo moralista, con Luigino che poi chiaramente darà tutto a un poverello senza vestiti. E vabbè.
Alla fine, sono contento di aver letto qualcosa, ma non mi hanno lasciato moltissimo, se non i piacere di leggere lingua ottocentesca, quello sì. 
La curiosità è che ce ne sono due: ci sono anche le storie di fiabe, sempre di Collodi, numero 74 e ultimo credo, il che fa capire perché poi la collana racconti d'autore è finita all'improvviso come gintonic nel mio bicchiere... diciamo che con storie fuori diritti d'autore come queste, che si possono reperire gratis sul web, e che non serve nemmeno lavorarci sopra, visto che già sono in italiano... insomma... racconti a costo zero. Oddio... almeno ci hanno tirato fuori Collodi, ciò è bene, ma si poteva far scoprire qualche altro autore, magari... ma vabbuò. Non lamentiamoci e andiamo a farci un caffè'.

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"I dolci inganni" di Elisa Sala Borin***

Come si leggono le poesie?
Non lo so. Le leggo raramente, ma di recente ho ricominciato.
Anche la Guanda, ho visto, ha fatto una scommessa editoriale non da poco, tipo una nuova collana di.
Non credo che le due cose siano collegate, no.
Comunque, io ho cominciato per quella cosa brutta che è il lavorare troppo, che mi ha fatto eliminare d'ufficio e per scelta sia il leggere, sia lo scrivere. 
Non è facile da accettare, e infatti, avete visto con gli zeri calcari, sono passato al fumetto... e ora alla poesia.
E allora ieri ho deciso di leggere le poesie.
E dunque, tornando alla domanda, come si leggono? 

Un buon modo è quello di avere il fuoco che crepita, un tè caldo allo zenzero vicino, della musica, che si potrebbe fare anche a meno (ma musica che non disturba) e niente... leggerle ad alta voce, prima, diciamo pure declamarle. Un po' per sentirsele in bocca. E poi rileggere, se c'è qualche sapore che resta, magari rileggerle piano, lentamente. 
E se capita pensare al sapore.
Ieri sera ho fatto così. Dopo un po' ho dormito, e all'una e mezza mi sono svegliato e ho sostituito il tè con un gin tonic. Ascoltavo roba così. Poi sono andato a farmi un giro, poi sono tornato, e le penultime le ho lette con un latte caldo col nesquik, e le ultime due poi stamane, prima di andare a lavorare, col latte caldo.
In realtà, ieri, nella mia testa, mi ero rintanato con l'idea di fare tante cose. Leggere queste poesie, scrivere una storia, o almeno provarci, finire il disegno per la storia del Checo, e insomma... una serie di tante cose. Di quelle sere che hai una donna in testa ma stai bene anche così. E allora, per farla corta, ho cominciato con le poesie. E finalmente le ho lette.

Sono mesi che Elisa mi ha regalato il suo libro di poesie.
Elisa è Elisa Sala, e mi ha regalato tutto ciò che ha scritto. Maria voleva le ali, che mi è piaciuto particolarmente, Il muro dietro la porta, i pipistrelli dormienti in soffitta e Camilla. Dicevo, sono mesi e ancora non ho trovato, non avevo, anzi, trovato il tempo per leggerla. Questa manciata di poesie, in un piccolo sottile libro della Carta e Penna
Allora... vi dico subito che io, alle poesie della gente comuni, o insomma, dei poeti che si credono tali, sono allergico. Spesso non mi piacciono. Non sto qui a elencarvi i difetti e a rendermi antipatico, ma la verità è che di solito tutte quelle che i poeti della domenica chiamano poesie, non lo sono, e anzi, di solito sono proprio gnagnoserie senza rima melodia e soprattutto senza cuore, che non ti lasciano in gola alcun sapore. Vanno dalla inutile manierismo, agli accostamenti accazzodicane, al cuoreammore e insomma... dai, fanno cagare. 
Questo per spiegare perché se devo leggere delle poesie, vado a cercarmi Caproni e Sereni, piuttosto Culonio e Carneade. Le eccezioni le faccio per due motivi... o perché voglio farmi due risate, e allora cerco delle poesie brutte ma proprio per questo meravigliose e le leggo tipo con una buona bottiglia e una amica di turno per riderci sopra, oppure, e siamo finalmente arrivato al dunque, se sono poesie di persone che mi piacciono e che so che hanno due cose, addosso.
Sanno scrivere e hanno sensibilità. 
E devono essere persone che mi piacciono. 
Difficilmente riuscirei a leggere poesie di persone che mal sopporto, per un motivo o per l'altro.

E allora, per farla breve, sapevo che le avrei lette con piacere, le poesie di Elisa, perché ha una cosa che non si compra, che è la Sensibilità buona, un modo di guardare al mondo che è pacato e bonario, con una delicatezza che è sicuramente data anche dall'età, certo, ma non solo da quella.
E in questi dolci inganni, titolo azzeccatissimo, ci si trova davanti delle poesie che, quasi tutte, si possono davvero definire tali. E allora niente, la recinzione, questa, finisce qui. Qui dicendovi che è stato piacevole leggere le poesie di Elisa ad alta voce, ieri notte, e molte, quelle che sono filtrate dalla nostalgia, dalla pace fatta con la vita, dalla dolcezza delle cose vissute, ecco, molte di queste mi è piaciuto rileggerle.

Sono componimenti che hanno nella semplicità la loro forza, ma in una semplicità non banale, che mentre sfiora il verso vuoto, d'improvviso, lo riempie con un guizzo lessicale, che dà valore a tutto il resto, oppure con un sentire talmente personale e vero che difficilmente lascia indifferente.
Lo so... non avete capito un cats, ma io ora chiudo il post con due poesie che mi son piaciute e ve le scrivo. Così magari mi capite meglio. Per esempio, questa prima metà di "Solo per i tuoi occhi" rappresenta bene il guizzo lessicale. 

In questo odore di
piovaschi,
fra pozze
marciumi
ed erbe sfatte,
merli in caccia 
               allungano vermi riottosi.

e tu apri le vele
dell'ultima stanca nuvola
che lenta scivola
nel quieto andare
 - scia dell'ultimo lampo - 
Nell'ora serena
mi specchierò
               nel catino del tuo limpido cielo.

Ecco, questa mi è piaciuta. quel riottosi, quel catino, quelle erbe sfatte, sono belli. E poi, per il secondo esempio, per la verità, vediamo, ve ne scrivo un'altra. Ora.

Ora. Alte mura e occhi spettrali
s'incendiano nella notte.
Un nastro d'acciaio
ha ferito la terra
e si insinua nel bosco di robinie,
hanno tagliato il nostro albero
spaccando i ricordi.
Non più uccelli dai carillon sonori
e arpe d'aria,
arrivano solo monotoni e stridenti suoni
di motori.
Salgono dai mille camini
fumi nerastri
fino a coprire il nostro sole.
Il vento, senza aspettare l'autunno,
porta nel suo gioco stanche foglie
staccate dal alberi feriti.
Le polle sorgive
non lambiscono più i riarsi prati.

Allora. Cespugli di rose
al suono di calabroni ronzanti
cantavano nel sole.
Il vento lasciava scie biancastre
nel cielo così azzurro
che faceva male al cuore
e, ad ogni soffio
accarezzava vesti e malleoli di bimbi in fiore.
Sotto la siepe di forsizie
che porgeva rami d'oro a Febo
                     raccoglievamo le prime viole.



Ecco... basta così. Ho letto un libro. E ne sto leggendo un altro, di poesie. Stavolta di uno che fa il poeta di mestiere, e che negli ultimi sei anni ha scritto trenta poesie. Perché di più non vengono. E sono belle... ma anche lì, ci vuole tempo, e più di due orecchie, e del vino bianco buono. E niente. ciao Elisa.





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"Il Divoratore" di Lorenza Ghinelli***

Vi racconto questa storia simpatica.
La storia di veleno. Veleno, anzi. Forse l'ho già raccontata nel post appost, ma forse no.
Ecco... c'era un tempo la gente. Gli amici immaginari, quelli che scrivevano.
E tra essi c'era la Elena, che se ne uscì con Oh, senti, te che scrivi degno, c'è questa cosa da fare, per una casa editrice con un certo rilievo, di scrivere un racconto erotico, ma diciamo pure più porno, che erotico, che ne dici, te lo sai mescolare il porno con l'erotico.
E io ero in un periodo che dicevo di sì e poi pure ci prendevo gusto a fare, non come adesso che dico di sì e poi è una condanna eterna e non voglio più fare nulla.
Mi vedevo pure con una tipa anorgasmica così lei diceva, e bellissima, e me lo aveva ispirato, e insomma, mi pareva pure venuto bene. Aveva il titolo di una delle più belle canzoni poco conosciute dei radiohead
E insomma, lei lo scrive, lo scrive pure Marco, un altro amico immaginario, e consegniamo e poi fino alla pubblicazione della cosa, fra mille vicissitudini di cui ho colpa, perché ero anche parecchio stronzo, all'epoca, ecco, esce 'sto libro. E gli unici tre racconti pornorror della raccolta erano i nostri, mentre gli altri erano normali.
Avevano cambiato idea. Senza dircelo.
E così abbiamo fatto tutti la figura dei pervertiti.
Ecco... uno degli altri racconti normali, bello, scritto con uno stile che ricordo era già abbastanza maturo, uno dei pochi che mi piacque, era di Lorenza Ghinelli, autrice che poi, poco dopo, se ne esce con "il caso letterario per mesi ai primi posti delle classifiche".
Ma era un libro newton compton e lo sapete come funziona con le fascette da quelle parti.
Ma facciamo corta.

Uscì "Il Divoratore" questo libro che ho letto questa estate quando c'era stato un momento che credevo di poter tornare a leggere e in una giornata di mare ero riuscito a leggerne buona parte. Certi libri scorrono, e questo horror piuttosto classico, era uno di questi.
Tra l'altro ho visto un film, da poco, che non ricordo il nome, roba di sogni che prendono vita, che sembrava identico alla trama di questo.
Dicevo... mi arrivò come premio per uno dei miei tanti concorsi, e poi me lo regalò Noè, e io, proprio questa copia di Noè mi sono letto, perché l'altro l'ho data persa o non so, qualcuno ce l'ha.
In ogni caso, quando ho due libri, leggo la copia che mi hanno regalato.

L'ho fatta lunga, lo so, ma fuori ha nevicato e non è il caso di uscire a bere birra e che ne so, allora liquido questo libro e libero il banchetto di fianco.
Mi è piaciuto? Sì, il divoratore mi è piaciuto. Non c'è niente di nuovo, certo, non vi troverete, se avete letto abbastanza horror, idee innovative, e la storia bene o male potrebbe avere quel sapere di già letto. Ma è raccontata bene, vi prende, è gestita con i giusti tempi e con la giusta lunghezza, e arrivate alla fine soddisfatti, con il piacere di aver letto un buon libro di intrattenimento.

Di che parla? C'è Danny, che fa sogni strani, e un bambino autistico, che vede un vecchio, l'uomo dei sogni, che gli altri bambini che fanno del male a Danny li fa sparire. Ed è un Villain molto riuscito, l'uomo dei sogni, anche se è costruito sulla figura del vecchio senza tetto inquietante un po' classica, ma che poi quando agisce funziona bene,
Ovviamente, nella storia, ci sarà qualcuno che crede ai disegni del bambino autistico, e non saranno tutti rose e fiori, credergli, perché se c'è una cosa che spiega le cose, negli orror onirici e del paranormale, è il passato e i suoi traumi, e sono tutti da scoprire.
Anche qui, sarà così e sarà questa ricerca del passato a portare il lettore all'ultima pagina.
Quindi? Consigliato?
Sì, dai, un libro godibile, ambientato in contesto nostrano, ma con meccanismi molto da sceneggiatura da horror americano o quasi. Quei film che ci fanno saltare sulla sedia anche se sappiamo già cosa aspettarci.
E direi che mi fermo qui e lo metto via. Grazie Noè, che so che ci tenevi che lo leggessi, e io dopo 7-8 anni l'ho fatto... ho tempi lunghi ma a volte la combino. Adesso torno ad ascoltarmi dei dischi nuovi usciti. Tipo i Baustelle, o gli XX o magari mi ascolto Bonobo.
Poi magari chissà, magari la strada non è così brutta come sembra e si può uscire a bere birra, anche senza avere fiammiferi.

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"La malora" di Beppe Fenoglio***(*)

Oggi non è una gran giornata.
Non lo sarà nemmeno domani. 
Allora faccio questa cosa, prima di andare nell'altra casa a pigliarmi una birra. O forse due. 
Non esco nemmeno. 
Questa cosa sarebbe liquidare questo libro che ho qui di fianco da sei mesi. Credo fosse tipo giugno o luglio.
Credo fosse Bibione.
A me, un tempo, piaceva il mare. Mi piaceva perché lì non dovevo parlare con nessuno. Ora purtroppo non è così. Non credo lo sarà mai più. 
Comunque, altra cosa fastidiosa, che detesto, è muovermi inutilmente, al mare. Quindi, alla frase "mi accompagni in bagno" ecco che si mossero tutte insieme le imprecazioni che conosco per temporaleggiare burrascosamente nella mia anima. Poi, okay, va bene, dissi.

Perché? Dissi va bene perché a Bibione Pineta ci sono i libri, lì dei bagni. Una sorta di bookcrossing atipico, con sopra un po' di tutto. E c'era questo racconto, anzi, romanzo breve, di Beppe Fenoglio.
Ecco... io ho letto Una questione privata, ai tempi di quando leggevo i classici, e l'ho trovato bellissimo. E anche i suoi altri racconti, mi sono piaciuti. Lo so... lo so... ci sarebbe Partigiano Johnny, ma sarà nella prossima vita, ormai. 
Anyway, mentre aspetta fuori dal bagno e non essendoci fighe da guardare, ecco che adocchio questo libro, proprio come quello lì dell'immagine. Na roba del 1954, anno di pubblicazione della Einaudi, con una considerazione di Elio Vittorini, nel risvolto, che non è proprio di quelle che ti aspetteresti. Nel senso che mette in guardia il lettore sugli scrittore che escono dalle cose che conoscono (la guerra, in questo caso), dicendo che devono stare attenti. Quasi una critica, insomma.

Ecco... io penso che Fenoglio ci esce benissimo, qui, da quel seminato. 
"La malora" è un racconto tragico, di mancato e impossibile riscatto, e per chi ha letto Pavese, il Pavese della Luna e dei falò, ecco, qui penserete di essere proprio lì. Sembra uno spin-off di quel libro. Alba, il Bembo, i mezzadri, il lavoro, la miseria, la miseria e ancora la miseria... anzi, la malora. Braida, il protagonista, è lui a raccontarci.
Ci racconta di come tutti i rapporti umani, le ingiustizie, o le gioie, quelle poche, siano travolte dalla miseria, dal lavorare per sopravvivere, dal essere abituati a subire, subire sempre e vivere in una condizione di perenne precarietà. Parte da quando torna a casa per la morte del padre, e subito dopo deve andare a lavorare da Tobia, mezzadro, a spaccarsi la schiena. 
Suo fratello deve prendere gli studi ecclesiastici, e morire di fame in seminario, ed è cosa da spezzare il cuore a vedere come si riduce. E spezza il cuore anche sentire la sofferenza.
E' il lavoro, a dominare, è l'avidità e ogni azione è guidata dalla necessità.

Per farla breve, insomma, non è un libro che fa gioia, ma è un libro comunque bello, anche molto, per quel modo di raccontare che ha Fenoglio, che sapientemente rende bene la prima persona del protagonista, ebbra di termini dialettali e di modi di vedere le cose a volte anche troppo "arguti" per uno della sua levatura. Comunque, io vi voglio lasciare l'incipit, che così capite di che parlo.
Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra.

Era mancato nella notte di giovedì l'altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m'aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta casa nostra non c'era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra glie-l'avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po' su testa.
Io ero ripartito la mattina di mercoledì, mia madre voleva mettermi nel fagotto la mia parte dei vestiti di nostro padre, ma io le dissi di schivarmeli, che li avrei presi alla prima licenza che mi ridava Tobia.
Ebbene, mentre facevo la mia strada a piedi, ero calmo, sfogato, mio fratello Emilio che studiava da prete sarebbe stato tranquillo e contento se m'avesse saputo così rassegnato dentro di me. Ma il momento che dall'alto di Benevello vidi sulla langa bassa la cascina di Tobia la rassegnazione mi scappò tutta. Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama, neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino.
Ecco... è proprio quest'ultima espressione il tema della novella. Il fatto che per quanto uno provi, a sfuggire al giogo della miseria, non ne ha le forze, né la cattiveria. E' un vortice, la malora, che ti tira sotto quanto un maelstrom, e come armi, usa pure la sfortuna e il senso di colpa. 
E allora come la chiudo... be', vi dico che è un buon libro da leggere per farsi un'idea della grama vita contadina tra mezzadri serventi e rapporti dell'agricoltura della pianura del nord del secondo dopoguerra. Poi certo... non ha, questo, il pathos che aveva Una questione privata, ma non per questo non ti lascia emotivamente provato, dopo la lettura.
E adesso niente, io provo a sistemare qualche vecchio raccontino, ascolto un po' di Radiohead e vado a prendermi due birre, anche se fa fredderrimo, e boh... sono un po' stufo del mondo, mentre il mondo non si stufa mai di me.

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