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San Simon 2017


Ho vinto il premio San Simon 2017.

E non mi faccio mai troppa reclame, non amo bullarmi, non è, alla fin fine, nella mia indole. Solitamente vorrei avere un doppelgänger che va alle premiazioni, da tirare fuori quando serve. Non ce l'ho. E alle premiazioni vado, anche se in ritardo, anche se dopo mille ripensamenti, anche se riuscendo alla fine a far sembrare tutto estremamente normale e riuscito. Il superpotere dei giullari, insomma, uno dei pochi che possiedo assieme a quello di addormentarmi all'istante e di resuscitare le cimici. 
E poi, tra l'altro, Pierrot, il pagliaccio triste, non l'ho mai sopportato. 
I giullari sono meglio. Hanno una funzione sociale insostituibile.
Ma sto divagando...
Di questo premio, per una volta, mi va di parlare. 
Di farlo qui, su questo blog che chissà quando mai vedrà un nuovo aggiornamento, visto che non leggo più; su questo blog dove si scrive in italiano, anche se il Premi San Simon è il maggior premio di letteratura in lingua friulana. 
Lo vinco per la seconda volta, l'altra era due anni fa, con il libro che mescolava gli yokai e la cultura friulana. L'anno prima sono stato finalista con un libro che raccontava le storie della mia famiglia.
 E questo libro?
Di che parla? Com'è fatto? Perché ha vinto?
Parliamone.

Questo libro è una cosa che prima non c'era, e ora c'è.
Dico questo perché è ciò che ho pensato quando ho cominciato a scriverlo, credo a meno di tre o quattro mesi dalla scadenza, fissata per giugno di quest'anno.
Ho pensato che non c'era un libro di narrativa per ragazzi delle scuole superiori in lingua friulana. Non c'è n'è molti nemmeno in italiano, a dire il vero.
Ebbene, ora c'è.
E non so come si costruisce un libro di questo tipo, non mi sono informato.
Ma faccio l'insegnante a questi ragazzi da quando ho cominciato a lavorare, e ho pensato che ci sono tante cose che non sanno, e sono le stesse cose che io non so.
Non so, per esempio, chi sono certi personaggi a cui sono dedicate vie, piazze, scuole, associazioni... Personaggi a cui so dare a malapena una etichetta: imprenditore, scrittrice, filosofo, inventore... ad alcuni nemmeno quella.
Così ho pensato di scoprire cosa hanno fatto, e siccome le cose che si imparano meglio sono quelle che stanno dentro le storie, io ho raccontato dieci storie. 
Dieci, perché dieci sono i mesi di scuola, da settembre a giugno.
E la prima e l'ultima sono più corte, perché più corti sono quei due mesi.
E in queste dieci storie, in qualche modo, ci sono anche questi personaggi.
E c'è una caccia al tesoro, c'è la loro personalità, o per lo meno, la personalità che io ho immaginato per loro dopo averli conosciuti attraverso la loro biografia.
Ho cercato di toccare dieci generi letterari: c'è un horror ironico, c'è un giallo, un thriller-noir, un racconto di formazione, uno di fantascienza sociale, un racconto storico.. c'è persino un fantasy, coi tatzelwurm al posto dei draghi. 
E ogni storia è raccontata in modo diverso - prima, seconda e terza persona, presenti e passati prossimi e remoti - anche se lo stile è sempre il mio, quello che non rinuncia mai a elementi di fantastico, e che nasconde sempre qualcosa, per poter far fare "ooohhh" a chi legge, prima o poi.
Alcune storie sono venute bene. Molto bene. Ve lo dico già io.
Un paio sono tra i migliori racconti io abbia mai scritto. 
Uno fa piangere, sempre, alla fine, perché così è, 
e per questo devo ringraziare Carli per la copiosa ricerca storica.
Uno solo non è venuto benissimo, ma è dignitoso, e un passaggio fa molto ridere lo stesso.
Non c'era tempo di riscriverlo e di pensare a nuove idee.
Ho terminato la correzione delle correzioni la notte prima di rilegare, stampare e consegnare, e non avrei mai finito così bene se non ci fosse stata Serena, a lavorare giorno e notte con me, e Gian a farmi la copertina che volevo nel giro di tre giorni.
Qualche piccolo errore è rimasto, non può essere altrimenti, ma anche della parte finale, quella con le biografie e le curiosità, quella che ne fa libro didattico, anche di quella sono abbastanza soddisfatto. 
I giurati lo hanno interpretato come un racconto diverso, e a risentirlo è vero, sembrano altri dieci racconti le dieci bio. E lo sono, perché mai avrei creduto che dietro a qui nomi ci fossero vite così interessanti e dense. 

E poi non ho rinunciato alla poesia
Perché i poeti, da queste parti, sono bravi o unici, a volte entrambe le cose.
E sono sfortunati, e tendono a morire.
E uno di questi, che non conoscevo abbastanza, uno di questi è Federico Tavan.
Non è facile conoscerlo dal web. Non ci sono molti libri da comprare. 
Bisogna girare le biblioteche, mettere vicino cose, fare collazioni, perché l'andreano storto, 
la lingua di Tavan, che è quasi più suono che parola.
Con lui si inizia ogni storia, con uno o due versi, mai di più, ma sempre ho trovato i versi che mi servivano per la storia che sarebbe venuta.
Non ho mai faticato.
E lui è anche nella prima storia, anche se non lo si dice.
Non sono tempi per i poeti, soffrono troppo e faticano a vivere anche quando non sono fortunati. Intorno c'è troppa cattiveria.
Per questo sono ancora più contento di avercelo messo.

E poi?
E poi niente. 
Ho detto abbastanza.
Dovrei dire di tre persone che ho dimenticato di ringraziare.
Andrea, che ha scattato la foto che vedete qui, a dalla quale, a fine libro, è stato tolto un pezzo per la foto bio. 
Alan, per le dritte sulle truffe bancarie, che hanno generato il noir finanziario.
E Giulia, e non perché abbia apprezzato in maniera assurda la goliardica copertina con la mia faccia al posto dell'aquila, subito cestinata, ma che vi metto qui sotto, per il vostro divertimento.
Dovrei dire che le ultime righe di questo libro sono praticamente le ultime che ho scritto e non vedo, per ora, altre righe all'orizzonte, né in italiano, né in friulano.
Passo il tempo tra lavoro, correre, disegnare, pensare alla vita e alla morte, bere birra e mangiare cose buone.
E questa, perciò, potrebbe essere tranquillamente l'ultima cosa che scrivo. 
(Altri tre libri sono in giro, ma sono precedenti)
E insomma sono contento di averla scritta.
E sono contento esista.







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"Schiavi dell'inferno" di Clive Barker***

Ho letto un libro, ma era un racconto lungo.
Credevo non fosse celebre e invece è praticamente un quasi libro PSF. E se parliamo di esperti d'orrore, è uno di quei libri che dovrei avere letto eoni fa, ma io non sono esperto di niente e questo mi salva da tutti i dovrei.
Il libro è questo, "Schiavi dell'inferno" recuperato in edizione Bompiani, quella dei libri di sangue che tanto bramo.
A me piacciono queste edizioni vecchie. La traduzione è per altro di Dobner, ed è cosa buona e giusta.
L'avevo preso in mano perché è - semplicemente - era un libro di Barker. E ci mancherebbe pure che non lo rubi, se lo vedo lì, sugli scaffale del banco libro.
Anzi... ci devo tornare, al banco. Magari perché no. Stasera. Dai, stasera ci torno.

Perché vi posso dire alcune cose.
L'altra sera volevo finirlo. Mi mancavano tipo venti delle 124 pagine totali. Lo avevo cominciato mentre ero in ferie, per quei due gg che ho fatto di mare, e in quei due gg pensavo di leggerlo. E già, per scegliere un libro, era successa la cosa brutta che non sapevo cosa pigliare. Cioè... lo sapete, io ho questi dieci scaffali di "libri da leggere" pure etichettati. Libri che mi hanno regalato, libri di amici, libri classici, libri del cazzo, libri curiosi, saggi... insomma. Non vedo l'ora di vuotarli un po', fare un piccolo buco. Tra l'altro ho appena messo a posto la libreria ufficiale, quella coi libri letti, liberandomi da tipo un 40-50 libri che ho deciso non valeva più la pena tenere, che non avrei mai riletto, o che non hanno particolari legami di dono o ricordo. Ecco... non sapevo cosa scegliere. Ogni lettura mi sembrava insormontabile. Questo l'ho preso semplicemente perché era il più corto.
Infatti, Schiavi dell'inferno è un racconto lungo.
E potrebbe essere un pregio difetto.

Ma vi stavo dicendo della sera in  cui volevo finirlo.
Lo avevo sul sedile dietro dell'auto.
Ho fatto la mia serata solita di donne perdute aperitivi cibo birra malinconia e altre cose tristi o profonde. E poi mi son detto okay, dai, è quasi mattina ma venti pagine ce la posso fare. Latte caldo, james blake, una poesia dentro... ce la posso fare. E invece no.
Non lo trovavo.
E' caduto, mi son detto. E' caduto fuori dall'auto, nel parcheggio del pub.
Oppure l'ho lasciato a casa.
Mi seccava i coioni non per il libro, ché come li rubo anche li perdo, ma per le ultime pagine. 
E poi... per una volta che mi voglio mettere a leggere invece che pensare alla morte (okay, non che questo libro non parli di morte, certo, ma almeno parla di morte e sesso) ecco che ci si mette la sfiga di mezzo. Ho dovuto desistere. E aspettare mattino.

Sapete... le cose sono sempre migliori, al mattino. Sempre. Per quanto buie siano la notte.
E non è solo questione di luce, perché quella rende veri gli incubi. 
Ma è questione di chiarore e profumi, che al mattino servono per affrontare le cose.
E così l'ho trovato.
E ho scoperto che sotto i miei sedili posteriori dell'auto nuova c'è una intercapedine.
Grande esattamente quanto questo libro. 
E lui ci si era nascosto.
Figo no? No!
Odioso!

Adesso fatemi sistemare un po' di vestiti va....
Anzi no. Anzi sì. Uff... Insomma... no, vado a fare una corsa, va, solo per accompagnare mia mamma a fare la spesa. 
Ma siccome la vecchia non è pronta, allora vi dico del libro.
Il libro è quello di Hellraiser, quello di Pinhead, quello del film. Anzi... dei film. Non è uno tra i miei film preferiti, ma devo riconoscere che ha grandi meriti. 
Quello di aver creato un personaggio horror che è diventato icastico, è entrato nell'immaginario. Tenete presente che il film è del 1987 il libro del 1986 e che quell'immagine, quel reticolato inchiodato da lì non si è più schiodata.

Ecco. sì. Scusate. in pausa corsa. 
Devo cambiare telefono anche, ché questo mi muore la batteria dopo sette km e runtustic mi percula, e dice che devo correre di più ma io corre di più e fottetevi tutti.
Dicevo... no, un attimo che cago e poi torno da voi.
...
Rieccomi. 
Il libro. No, non vi posso dire che non abbia dei difetti. Tra l'altro mi pare che questo sia uno dei primissimi lavori di Clive, e sconta un po' di inesperienza nel tratteggio dei personaggi minori, nonché qualche passaggio mentale e di azione non ben giustificato. Per dire, il modo con cui Julia, la protagonista selvatica, e bellissima, comincia a far fuori gente accazz solo per salvare Frank, un bel maschiaccio che però si è comunque trombata una volta sola, beh... è quanto meno frettoloso. Lasciare il certo per l'incerto non è facile, soprattutto per un incerto orrifico, quasi demoniaco, che per essere guarito richiede altrettanto orrore e raccapriccio. Poi, suvvia, se fai fuori uno, di sconosciuto che sia, ti beccano anche se siamo in pieni anni ottanta, o per lo meno ti indagano un po'.
Ecco... ovvio, mi dirà qualcuno, che a Barker non fregava un cazz di queste beghe di realismo. Uno che si inventa i 4 supplizianti, che molla un paio di immagini di orrore che te le raccomando.
Andrei anche a cercarle ma boh... sono pigro. Vediamo dai
Trovato. Questo.
Vide che era, o era stato, qualcosa di umano, ma il corpo era stato spolpato e poi ricucito alla bell'emeglio, per cui sullo scheletro, tra zone rimaste orbate, erano appesi pezzi sgranati e anneriti come se fossero passati in una fornace. C'era un occhio che la fissava scintillante e c'era la scala di una spina dorsale con le vertebre ripulite dei muscoli; pochi irriconoscibili frammenti di anatomia. Niente di più. Che un essere del genere potesse vivere era una sfida alla ragione: quel po' di carne che aveva addosso era irrimediabilmente marcita. Eppure viveva. L'occhio, a dispetto del marciume in cui era radicato, la scrutò centimetro per centimetro, dalla testa ai piedi.
Insomma... alla fine sono contento di averlo letto. Sono molto d'accordo anche molto con questo commento, sulla natura dei supplizianti e la loro innovatività, per l'epoca. Non essere dei villain, dei cattivi, ma solo dei seguaci della propria natura, ecco, è cosa che apprezzo. E qui è così.
Poi, anche la rapidità, è positiva. Più lungo.. più articolati, ci si sarebbe un po' rotti le palle, anche se ci resta fame di saperne di più e vederne di più sui supplizianti.
L'ingegnere soprattutto, che resta in disparte, alla fine. Ma dai, l'ho letto e ne sono soddisfatto. E mi ha fatto voglia di rivedere il film, che non me lo ricordo più. 

Ora vado a farmi la doccia.
E vi dico cose.
E ascoltatevi anche l'ultimo National.
Vi dico che a me, alla fine, il nuovo Qotsa non fa così schifo come dicontutti.
E vi dico che stasera dipingerò un quadro. Per vederlo Salvadeat su instantgram.
Andrei a correre all'alba in spiaggia, domani, ma non posso.
E basta... vi saluto va. 
Che in testa mille cose belle e zero voglia di farle.

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"Le madri non cercano il paradiso" di Alda Merini**

Questo è un libro brutto e non dovrei nemmeno perdere tempo a recensirlo.
Ma lo faccio lo stesso, per il semplice motivo che oggi piove, e piove senza sosta e sono qui, a casa, in uno di quei giorni dove si sta chiusi in casa.
Non lavoro, ed è bello così.
Domani si opera mio papà e va bene così.
Mia madre mi rompe i coioni perché le faccia dei disegni su presine da cucire e regalare e va bene così.
Va bene la notte senza sogni e questo pacco di segnalibri che non so dove ficcare, e la stanza da riordinare.
E lo sciacquone di là che non va e che mi fa venire di qua a cagare.
Avrei i quadri da disegnare e le matite nuove, da provare.
Ma invece fra una riga e l'altra vi racconto i cazzi miei, dicendovi anche di questo libro che butterò via.
Tanto non è mio, è di Giulia, ma doveva buttarlo via, e lo farò io.
In realtà non è che viene buttato, ma diventa carta che sarà gettata allo stadio.
Mi sembra una bella fine, per un libro brutto. Meglio che il riciclo.

Intanto ascolto Tori Amos, quello nuovo.
Tori Amos e Alda Merini, nei miei ricordi, sono molto legate.
Le scoprii entrambe decenni fa, dal Maurizio Costanzo Show.
Lo guardavo.
Ricordo questa pazza non pazza che leggeva le poesie in modo meraviglioso.
Non capivo un cazzo, di poesia, nemmeno ora.
Ma quel suo modo di sospirare a ogni parola, come se in tutte ci fosse la fatica dell'averle vissute, era meraviglioso. 
E Tori, invece, era una pazzoide. Erano i tempi di Crucify, primo disco, primo singolo. Avevo appena appena 18 anni. E' stato un disco che abbiamo ascoltato una notte di ultimo dell'anno in cui abbiamo vomitato un po' tutti. Lo ricordo ancora. La cassetta. Little Earthquakes. Piccoli terremoti.
Saltava sulla sedia come un'invasata, Tori.
Da lì non l'ho più mollata, anche se le cose che ha fatto non sono mai cambiate e mi sono piaciute sempre meno.

Ora però lasciatemi riordinare, un po'.
Anzi... vediamo le cose che devo e dovrei fare, elenchiamo e tagliamo via via:
1) farmi la barba.
2) fare questa recensione non recensione
3) sistemare i segnalibri e qualche libro 
4) disegnare un paio di presine
5) rimettere a posto l'ipod, cambiando musica
6) andare a correre
7) disegnare l'albero in 4 quadri
8) scaricare la musica nuova che mi serviva
9) mp3are la sigla di got
10) mandare la mail a paola col cap 1
11) fare i compiti di friulano
12) scrivere la storia della tavolata
13) sistemare la cosa della banananana
14) fare gli esercizi destocaz
15) rifare il letto con le lenzuola del dolceinverno
16) rubare una rosa, o due, o tre.


Ma tornando al libro, perché vi dico che è brutto. Due cose, tanto per cominciare. La copertina è orrenda, la cura nel libro anche. Errori di battitura, per dire, e tanti. Sembra tanto una edizione di quelle postume con cose scarte, raccolte nel web, copiate a cazzo per ragranellare qualche soldo ancora lucrando sul personaggio, anziché voler bene alla sua opera. 
Poi c'è gente che ne parla bene, per carità, ma io mi chiedo, come fai a farmi errori di battitura in una poesia? e di andata a capo?! ma come mi posso fidare io di quel che leggo. Che poi se la battitura cambia addirittura una parola, è anche peggio. Poesia non è narrativa. Una parola cambiata, uno spazio, un a capo, sono importanti.
Poi mica le poesie son tutte brutte, eh, ma manca molta di quella grazia, di quella scelta lessicale, di quella semplicità affranta che è cifra dell'Alda. E quindi direi che vi ho già detto tutto quello che dovevo dire. Poi... edizione di gruppo Albatros, e chi ha orecchie da intendere in tenda.

Bene... direi che ho fatto abbastanza cose. Compreso buttare il libro che tempo sarà recuperato dalla vecchia per essere salvato e dato a qualcuno, e ora vedo di andare a prendere le tele.
Sotto la pioggia tantissima, che è sempre una bella cosa...
Via!
E buona giornata a voi, se vi siete fatti i cazzi miei!

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"L'oceano in fondo al sentiero" di Neil Gaiman****

Sono finite le ferie. Dopodomani ho del lavoro.
C'è da rimettere insieme i pezzi, e i miei pezzi invece non ne voglio sapere e ci sono sempre più uragani che li scombinano.
Ho letto solo questo libro, in questi ultimi 15 giorni. 
Penso sia già qualcosa, e non mi lamento.
Ora le devo restituire e potrebbe essere l'ultimo anello di una catena, ma spero di no.
Ci sono delle cose belle, in certi libri, che poco hanno a che fare coi libri.
Ve ne dico una di questo, L'oceano in fondo al sentiero.
Gaiman, che sul retro sembra vagamente Bob Dylan più giovane, è l'uomo di Amanda Palmer, quella delle Dresden Dolls, che è notoriamente una fuori di testa.
E le storie di Gaiman, non so perché, roba tipo Coraline, quelle fiabe fantastiche e nere e deliziose, ecco, sembra adattarsi perfettamente a lei. Non so perché ho quest'idea, ma così è.
E all'inizio del libro, lui a lei lo dedica, dicendo semplicemente
Per Amanda, 
che ha voluto sapere
E poi, alla fine, in alcuni ringraziamenti copiosi, ma non banali, è bello scoprire che Gaiman lo ha manoscritto, in prima stesura, e in seconda bozza, copiando, a fine giornata leggeva quel che aveva copiato a lei, scoprendo cose sulle parole - dice - che non aveva mai scoperto in passato. E' bello sia lei la sua prima lettrice, critica e consigliera. Non è cosa rara, certo. Ma resta bella, come cosa.

E poi, un'altro ringraziamento bello, è a King, e a come gli abbia ricordato il piacere di scrivere ogni giorno. Le parole, a volte, ti salvano la vita. Dice. E io mi chiedo quanto possa essere vero e quanto vorrei lo fosse. Non lo so, ma resta un bel pensiero anche quello di King e il come un vecchio Re consigli un meno vecchio Principe. 

Ma veniamo al libro.
Una storia che ci racconta in prima persona il protagonista, che all'epoca dei fatti ha sette anni e torna, ormai di mezza età, artista non certo comune, pare, a rivedere lo stagno che Lettie Hempstock chiamava Oceano. Uno stagno nelle campagne di Culonia (il Sussex, diciamo, ma immaginatevi una strada che finisce con lo stagno dove ci sono due case in croce e solo contadinotti) che è nelle proprietà di queste tre donne, Nonna madre e nipote, che però non sono donne normali, e non ne fanno mistero. Il bambino, il solito sfigato bullizzato che sa e ama soltanto perdersi nei libri, si trova di fronte qualcosa che gli rovina la vita. Un venditore ambulante che non solo gli investe il gatto, ma ha la bella idea di alloggiare a casa sua per venire a suicidarsi, pure nella loro auto. Non una cosa da tutti i giorni, certo, ma lo è ancora meno se risveglia qualcosa, qualcosa che comincia a regalare cose, a cominciare da una moneta.... peccato la ficchi in gola del nostro ragazzino, mentre dorme.

E da qui partono le Hempstock. E soprattutto Lettie, la piccolina. Non sono streghe. Cosa sono? Non lo sapremo. Sono qualcosa di uno squarcio fantasy che grazie alla storia del venditore diventa nera. E arriva il nemico. Ursula, possiamo chiamarla, perché assume forma umana. E vi angoscerà parecchio, il mondo come si prende la vita del nostro piccolo sfigato. 
Di bello ci sono alcune cose. Alcune cose che mi sono piaciute.
Che è un libro corto, che non ha avuto bisogno di troppe costruzioni di ambiente e personaggi. Le protagoniste sono le tre donne Hempstock, Lettie e la nonna, soprattutto, con quest'ultima che è qui da millenni ed è vecchia sì, ma chi sia veramente non ci è dato sapere. Così come altre creature. Lo squarcio su un mondo fantastico, insomma, senza dare spiegazioni. 
E poi non ci sono momenti morti. Tutto succede subito, dritto. Diciamo avvincente? E diciamolo.
E terza cosa, il finale. Non è triste, non è felice. Se crediamo al resto delle cose, non dovremmo essere troppo malinconici, anche se un po' di irritazione e fastidio, per il protagonista, lo si prova. 
E poi, un'ultima cosa, è una fondamentale assenza di un antagonista cattivo. C'è, certo, il villain Ursula che ti fa paura assai, ma poi, la natura è la natura, e si segue la propria. Non c'è cattiveria in questo. Ci sono errori, al limite, che provocano cose brutte. Ma tutti si sbaglia, no?

E niente. Il libro non sarà innovativo, perché è una storia che abbiamo già letto. Ma è una storia bella, raccontata bene, che ci lascia una scia di "Ah, come vorrei esistessero le Hempstock!" e questo è il successo a cui ogni dark fantasy dovrebbe aspirare, credo: farci venire voglia dell'esistenza delle sue fantasie. 

E' tutto, carissimi che magari ancora state là fuori. 
Io continuo a rubare fiori, a regalare pezzi belli di me finché non ne rimarrà niente e ci vuole del coraggio, si sa, e ora sto ascoltando il nuovo National e vi dico anche che è una bellissima colonna sonora per una fiaba dark. 

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"Biglietto scaduto" di Romain Gary****

Mi chiedo sempre se il libro che sto leggendo sarà l'ultimo. 
Non leggo quasi più. Quando c'è il tempo manca la testa e viceversa. Più spesso entrambe. 
Ma comincio ancora libri. Ne ho così tanti.
Questo l'ho preso dalla libreria assurda.
La libreria assurda è una libreria che ho costruito rubando i libri dalle donazioni quando lavoravo in biblio. Ci sono libri belli, che so essere belli, che tutte le librerie dovrebbero avere. 
Intendo Calvino, Borges... roba così. Ma ci sono per lo più libri assurdi.
Che ne so... la biografia di Casanova, 4 volumi da oltre mille pagine ognuno.
O la storia della Cina, un tomo che pesa quasi tre kg.
Oppure libri strani, che ne so, sugli Apache, sul culo flaccido delle donne dai tre occhi.
(è evidente che quest'ultimo l'ho inventato, ma oramai là fuori credono a tutto...) 
Ebbene. Ci sono anche libri in edizioni vecchierrime, di autori che ho letto ma conosco pochissimo.
E questo è il caso di Biglietto scaduto di Romain Gary.
Dopo i successi post-mortem del suicida Gary, ora questo libro è stato riedito dalla Neri Pozza, ma io ho l'edizione che vedete nella foto. 
Sono edizioni che ha volte ti lasciano anche sorprese, nelle introduzioni o nelle post fazioni, ma stavolta io non le ho lette. 
Ma vi dico subito che è un bellissimo libro, con un bellissimo inatteso finale, e che nel suo politically scorrect è una grande, grandissima storia d'amore.
Ma vi dico anche che potrebbe causare dei problemi, se siete maschi di una certa età.
Come me. 
Come me che mentre lo leggevo mi sentivo impotente.
E parlo di cazzo, non di cose in senso figurato.
Perché è un libro che parla di impotenza, quella di un cinquantanovenne e oltre che è abituato a vincere. Imprenditore, viveur, ricco, abituato ad avere tutto. Eppure, dentro, e lo so che la cosa stride un po', estremamente poetico. Nel vivere. Nel parlare. 
Nelle cose fatte, nel trasporto. 
E' un bellissimo personaggio, Jacques Rainier, anche se è in crisi, anche se lotta con la sua prostata, anche se sta affondando, nella crisi che investe la vecchia europa. Ce la farà? 
Non si sa, non ve lo dico. 
Ma il suo lottare, il suo non arrendersi all'età in modo sciocco, fa tenerezza. 
Ti viene da tifare per lui eppure no. Ti viene da dirgli dai, non mollare, ma no, non fare così, arrenditi!
L'età... con l'età non si lotta. Non sullo stesso piano, per lo meno. Non con le armi della forza, del fisico, del sesso, della bellezza. E lo capisci tu, stando fuori, ma ti rendi conto che tu non sei lui, non sei potente, non sei uomo di soldi, e non ha molta della sua cultura.
E soprattutto non hai lei. Una brasiliana di vent'anni che ti ama e che ami. Laura... un altro personaggio molto bello. Che vaga fra la ricca superficiale e la folle passionale giovinezza. Che ne sarà di questo amore? Ovvio... arriva la morte. O meglio, non arriva, ma quando uno non può amare la chiama a sè, ed è quello che fa Jacques, ex militare di seconda guerra che una liberazione così, da Normandia, non la dimentica. Il coraggio e la voglia di libertà ti resta dentro, sembra. E può esplodere.
A volte è il caso, a metterti nei casini, a volte una puttana può salvarti. 
Ecco... insomma. Della storia vi ho detto anche troppo.
E' un libro a suo modo coraggioso, che parla del tempo, direbbero in molti, dell'invecchiare. Ma in realtà parla dell'invecchiare del cazzo, altro che balle. E' un libro per uomini, quelli che non mollano, e dovrebbero, e per donne, quelle che amano le storie d'amore non convenzionali. Ed una lettura strana, sghemba, a suo modo.
Vi fanno pena, questi ricchi, a tratti, ma continuerete a invidiarli e comunque siamo in uno spiraglio che vi mostra un mondo che disprezzerete (Dooley e un americano che provoca un senso di amore e odio, bello come il sole e superficiale come la merda, eppure vincente, a suo modo, e tutti zitti gli altri).
Poi? Che altro?
Ah non so... E' uscito il disco dei QOTSA ieri, lo sto ascoltando, e non sembra male, anche se solo nove canzoni. Io fossi in voi mi guarderei piuttosto questo sudatissimo live, che è bello bello. ah no, niente, tolto da youtube... uff. allora non so, guardatevi... qua, anche se è roba vecchia.
Io adesso scrivo una storia per bambini, la protagonista sarà una banananana!

Ah, vediamo se vi copio qualche pezzo bello di libro.... ma solo se apro a caso e lo trovo eh.
Trovato! un pezzo di dialogo con un urologo molto simpatico. E un po' folle.
Ve lo copio finché mi stufo.

- Quali sono le sue attuali capacità?
- Una o due volte alla settimana... con tranquillità di spirito. Al di là... 
- Al di là?
- E' l'ignoto.
- Ha già avuto dei fallimenti?
- No.... Non veramente. Ma non sono più lo stesso... Dovrei dire: non sono più io stesso. Un senso di... di spoliazione.
- L'impressione che il mondo le sfugga...
-  Esattamente.
- Bisognerebbe sapere cosa lei intende per "mondo" e di quali.... ricchezze si tratta, dato che parla di spoliazione. 
- Una donna che si ama.
- Ah
Fece un piccolo gesto di approvazione e parve soddisfatto, quasi rassicurato. Aveva una bella faccia dolce in cui si ritrovavano i ricordi dei sapienti di Giulio Verne e le certezze interiori tranquille che nulla può scuotere. 
- Una donna che si ama, sì, certo... ma, talvolta, si ama una donna... dolorosamente, come uno strumento di possesso del mondo. Un violino di potenza da cui si cavano accordi stridenti... Mi scusi, sono molto vecchio e confesso di avere con la potenza ei rapporti... ironici. Lei si osserva molto, naturalmente?
- Sempre. Diventa un'ossessione. Mi riesce sempre più difficile dimenticarmi. Quando si sa di amare per l'ultima volta e che forse è anche la prima.... non so nemmeno se è un'apprensione di perdita sessuale o un presentimento più...
- ... mortale?
- Se vuole. Vivo con un presentimento oscuro di fine del mondo e siccome non credo che il mondo stia per finire...
- Sì, l'attaccamento alla vita è una delle grandi malefatte dell'amore.
Ecco. A me piaceva, a voi no so.
E sostanzialmente me ne frego :)

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"Il ballo" di Irene Nemirovsky***

E' una giornata partita piovosa. Ieri un sole che spaccava ma non potevo andare a prenderlo, oggi che potevo niente. In realtà non ne ho nessuna voglia.
Dovrei fare delle cose, delle cose che dovrei, ora che lo spettacolo cinquecentesco ha avuto fine.
Non ci voglio perdere una vita a parlarvi di questo racconto d'autore. 
Voglio fare qualcosa di utile, poca roba. Sistemare un cassetto, une dei tanti che sto sistemando, come un perfetto suicida che vuole lasciare tutto in ordine. Dà una certa soddisfazione, lo ammetto.

Ci sono cose che ti tolgono il passato, alcune il presente e altre il futuro. 
Si sa che le ultime sono le peggiori, contro le quali c'è ben poco da fare, di solito. Ma come dice il saggio, se non puoi fare niente, meglio, così non devi fare niente. E oggi niente farò.

Ora vediamo di rendere produttivo un po' di tempo però.
Vi parlo di questo ma faccio cose.
Ora voglio provare a registrare i cambi della mountain bike, e so che su internet ti spiegano tutto ma io non è che sono tanto bravo a capire le cose.
E infatti non sono stato capace di fare un cazzo. Ho rimesso tutto come stava e funzionano male come prima e mi toccherà portarla da qualcuno che.

Ma il racconto. Il ballo. Sì racconto e non romanzo breve, direi. Ché è corto e si legge in poco, anche io che non leggo quasi mai. Questo l'ho letto al mare, in uno degli ultimi giorni della mia vita precedente, quando sono riuscito ad andare al mare in bici. Era un altro dei libri che ho rubato e che ho deciso di tenermi invece di restituire... boh, niente dai... non ce la faccio. Non ho testa. Lascio il post qui così e continuerò quando riesco.


E sono passati giorni.
E succedono cose.
Belle. E brutte o quasi bruttissime.
Si rimane fermi, muovendosi, ed è quella cosa della sabbia che che si toglie da sotto i tuoi piedi, portata via dalle onde. Quella sensazione insomma... che è piacevole finché puoi spostarti. A volte, non puoi. E quindi, direi, vediamo di parlarvi solo del libro.
E' un racconto.
Lungo ma non troppo, famoso, credo, vuoi per il film, vuoi per le numero edizioni, vuoi perché le autrici ammazzate dal nazismo diventano sempre famose.
E aveva pochi anni, la Nemirovsky, o come cats di scrive, e lo scrive, questo racconto, in Francia, e l'ambientazione è la sua. E' un racconto di una famiglia arricchita, ma che nobile non è e non lo sarà mai, e una delle strategie per diventarlo, o almeno tentare, è appunto circondarsi di altri nobili, darsi rango con il riflesso del rango altrui.
E ci provano, i genitori della nostra protagonista, Antoinette.
Che poi, al pari di lei, io dico che la vera protagonista è la madre, Rosine.
Rosine e il suo dramma pronto per essere vissuto. Rosine e la sua fame di fama, di voglia di essere ciò che palesemente, ci accorgiamo da fuori, non sarà mai.
E' un bel racconto, dai, godibile, con questi due personaggi, madre e figlia, che alla fine si passano il testimone. Lei, Rosine, una ex troia, la figlia forse, un germe di nobiltà, pur nella sua capricciosità, sembra poterlo acquisire.
Ci si rende conto che in questo racconto c'è cattiveria, ma non si riesce a odiarla fino in fondo.
Ci si rende conto di una sorta di giustizia, ma che alla fine giustizia non è.
Non ti sta simpatico quasi nessuno.
Né le due donne, né il padre, svanito e meno duro, ma ugualmente bramoso di nobiltà.
E la macchietta dell'insegnante di piano, ridicola quanto penosa, alla fine è l'unica che ne esce vincitrice? Perché? Boh.
In ogni caso, è tutto qua. Oggi non riesco di più. Devo andare a bagnare il campo, mio padre non può, chissà quando e se potrà mai. E io, a stare un'ora e mezza al buio, sotto la luna piena, da solo, non lo so se sarà più un morire o un rinascere. Vi saprò dire.


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"Stato di quiete" di Pierluigi Cappello****(*)

Abbiamo letto un libro.
Un libro di poesie. 
Un libro di poesie che ho comprato, perché volevamo leggere poesie.
Leggerle ad alta voce, ché così van lette. Leggere nel silenzio, o nella musica bella di Bon Iver o James Blake, o nel rumore del mare.
E non lo puoi sapere quello che ti capita andando a cercare di comprare un libro di poesie. 
Andando di proposito, ma obbligati dall'urgenza.
Io sono andato alla Feltrinelli, quella vicino casa. 
Non ricordo se ne ho comprati due, o solo questo, ma so di essermi scontrato con quello con cui sapevo di scontrarmi: il mondo delle cose per il mondo.
Le poesie fatte per il mondo, in questo caso. 
Il mondo di chi non si occupa di poesia fino a che qualcuno o qualcosa lo obbligano a occuparsene.
Il marketing, diciamo, per essere semplici.
E se tu vai a cercare un libro di poesie alla Feltrinelli trovi prima il marketing.
E poi, a cercare dietro, forse, può essere che c'è quello che cercavi.
Il reparto di poesia qui alla feltrinelli di Basiliano era povero. Poverissimo, numericamente.
Non ricordo ma credo non più di venti libri.
Ovviamente c'era la Symborska -  o come cazzo si scrive -  l'inflazionatissima Merini.
E io lo so che se una non avesse vinto il Nobel o non avesse avuto la vita che ha, e l'altra non avesse avuto la vita che ha avuto e non fosse stata monetizzata dal sistema, a partire da Costanzo in poi, ecco... forse non le avrei trovate. Ma la prima l'avevo già, e la seconda non era una cosa che volevo leggere in quel momento. C'era De Luca. Che sa scrivere bellissime cose, a volte. 
Questi sono quelli che meritano, ma che non volevo, pur sapendo che meritano.
E poi qualche classico, ma chiaramente i classici famosi. 
Non Caproni ma Quasimodo, per capirci. 
Non il mio amatissimo Sereni, ma gli inarrivabili ma che non cercavo italiani del Novecento. Ungaretti e compagni.
E poi c'era la merda. 
La merda sono quelli che credono che basti cercare le parole strane sul thesaurus e smettere di scrivere prima che la riga finisca, per scrivere una poesia.
Ma essendo attori, scrittori, personaggi destocaz, ecco che la vedranno pubblicata, qualcuno dirà "Ohh" e si troveranno a essere venduti. 
Ecco... quello che c'era. 
E poi c'era Cappello. Pierluigi. 
Che anche lui, con questo libro, entrato a far parte dell'Universo marketing Rizzoli, coi suoi difetti e forse boh, qualche pregio. Il pregio della diffusione, se non altro.

Perché ve lo dico adesso. Se cercato poesie. Quelle vere. Quelle che sono distillato e non succo, quelle che devi rileggere, una, due volte. Che poi vuoi conservare, perché non si sa mai, più avanti, di voler prendere il libro in mano e volerle rileggere. 
Ecco... comprate questo libro. Perché le poesie sono poesie. 
Difficili, certo. Non immediate, quasi mai. Che vi chiedono molto, per darvi molto. 
Ma che hanno ossa forti, dentro una pelle liscia.

Insomma... ma torniamo a noi. Anzi no, faccio pausa. Sono le 10.42 e io sto riordinando la mia stanza dei libri. Voi non potete capire. E' una cosa difficile. Delicata. Bella, ma non sempre.
Sistemare i libri che mi hanno regalato, ricordare le persone, ricordare i libri che ho comprato, quando e dove. Ricordare cosa facevo mentre lo stavo leggendo, con chi ero, dov'ero, con chi stavo, chi ero io. Di ogni libro, credo, potrei scriverci un libro di pensieri. 
Tipo, per dire. Faccio una prova. Ora ne ripongo uno. Uno a caso. E vi dico cosa mi ricorda.

Ho preso Chesil Beach, di Ian McEwan. Lo ricordo. Me lo ha regalato, credo, quasi sicuro, Laura. Con Laura (nome di fantasia) andavo a letto, ricordo, ed era bello. La trovavo bella. Ci eravamo un po' persi, uno nell'altro, per un periodo. Lei aveva il suo fidanzato, con cui adesso è accompagnata, ha figliato. Io la mia, non ricordo quale. Condividevamo cose, musica e libri. Aveva, ricordo, un seno meraviglioso. Credo sia nella top tre dei capezzoli che ho conosciuto. Si andava a bere. Beveva birra. Le donne che bevono birra tendono a piacermi. Sto parlando di qualcosa come forse 10-15 anni fa, eh. Comunque, del libro. Lo lessi. D'inverno, ricordo. Ricordo la storia. Un po' come la storia di me e di Laura e del motivo per cui poi ci siamo allontanati, incazzosi, uno contro l'altro, per colpa mia, ovviamente, che non ricordo cosa mi fece arrabbiare. Pecco e peccavo d'ira. Ebbene. Ricordo che poi, il libro, lo lesse anche lei. Era un libro che stupiva per quanto "bene" era scritto. Ricordo una perfezione formale quasi maniacale, perché le frasi lunghe fossero perfette. Forse non è così, magari, se vado a rileggerlo. Ma insomma. Questo è. Ripenso a Laura, che vedo ancora, ogni tanto, saluto, non abbiamo più da dirci cose meravigliose. Non da condividere. Io leggo ancora poesia davanti al mare ad alta voce, faccio le notti, scrivo e ascolto musica invece di figliare e sposarmi. Lei non so. Lavora, è brava nel suo lavoro, molto. Ma è di quelli sempre uguali, come quello che faccio io. La vita è altrove. Per lei nei figli, per me non so. Forse nello scrivere. Forse. Insomma... ecco... penso a tutto questo, agrodolce, mentre ripongo Chesil Beach. Moltiplicato per il migliaio di libri che devo riporre. Per fortuna, molti, li ripongo in blocchi, senza guardare.

Ma torniamo a Pierluigi.
Perché è entrato nel giro della Rizzoli da Feltrinelli? Uno si chiede. 
E a questa domanda è facile rispondere: perché è bravo.
Ma la domanda vera è un'altra. Come mai questo tipo di libri, con le alette, con la prefazione horribilis di Jovanotti, con una decina di pagine bianche alla fine, con una particolareggiatissima quanto lunga e inutile bibliografia di 15 pagine o giù di lì, che cita anche la lista della spesa dell'autore. Insomma... un libro del marketing. Che per delle poesie così fonde e delicate è come mettere il ketchup sulla pizza. C'entra un cazzo, ma qualcuno senza gusto alcuno è convinto che.
Non lo so.
Certo... che sia sulla sedia a rotelle e ci sia stato del fermento per riconoscergli la legge Bacchelli credo che sicuramente abbia contribuito. Ma erano pensieri così, che mi faccio sempre quando una cosa bella viene vestita male per colpa di quelli che vogliono farla sembrare bella a chi non ha i mezzi e la sensibilità per capirla.
Pierluigi è friulano, scrive in italiano e in friulano. E' di qui. Abita di fronte a Giorgia, mi pare. Vedo casa sua, quando la vado a trovare. Lui no, mai, ma resta che è lì che l'ho immaginato quando ho letto il suo libro di racconti. Il primo, di narrativa, che mi piacque tanto tanto. 
E credo che sia il miglior modo di conoscerlo. Oddio... potrei anche suonare il campanello e dirgli, oh, ho letto questi due libri, beh... Bravo. Ma credo sia una cosa che non c'entra un cazzo, che gli starebbe enormemente sulle palle, come la prefazione di Jovanotti, che a me 'sta simpatico, anche, e apprezzo per certe cose, ma che più andavo avanti a leggere le poesie e più pensavo a quanto quelle righe insulse, sgangherate, qualunquiste e superficiali dimostrassero che del libro non avesse capito un cats.

Ora torno a riporre altri libri e poi torno a parlarvi delle poesie.
Ecco... le poesie valgono il prezzo del libro anche senza le pagine vuote, che comunque ho deciso di usare per scriverci dentro, e anche senza la biblio, che non leggerò. 
C'è una nota, all'inizio, dell'autore che spiega il titolo della raccolta e spiega da dove nasce, la sensibilità che è in queste parole. E c'è una constatazione numerica, che spiega perché sono distillati, questi componimenti: trenta poesie in sei anni, ci dice. E credo sia un numero giusto. Io credo sia una quantità alta, per questa qualità, con questi tempi.
Ma siccome parlare senza leggere non ha senso. Vi scrivo qualcosa di Stato di quiete.
Per esempio, l'altro giorno, al mare, il giorno della fine del libro (inattesa, perché credevo me ne mancasse ancora metà e invece) mi sono rimaste addosso queste prime frasi, che ho trovato e trovo meravigliose.

Stacca ombre decise settembre che preme sulle case,
sono diagonali scure, tegole in luce, finestre illuminate
e poligoni di buio. Le facciate esposte al sole 
sono tanto crude, croccanti come la polpa delle mele.

La poesia è Lungo la ciclabile, ed è poco più lunga. 
Ma io ve ne voglio scrivere una intera, e poi che vengano quelli della Rizzoli a cagarmi il caz. Se non ne leggi una intera, non capisci perché vi dico che sono piccoli gioielli.
Fatemi scegliere...

Ecco. Ho aperto a caso. Ma questa ricordo mi era piaciuta. E' breve, ché ho poco tempo per.

Scritta da un margine.


Non si tratta di riempire, si tratta
di far parlare il vuoto. L'ortensia
si è piegata al frutto della luce
ma non c'è tensione oltre le siepi di lauro, 
nella tenue foschia di mezza mattina. Sarà 
il tremolare delle gemme di marzo, sarà
l'aria spartita dal raschio di un autocarro
e il ricomporsi del silenzio che chiude una scia.
Dalla testolina di un passero, la prospettiva
accompagna lo sguardo alle quinte di alberi alti
dove il cielo si rompe in turgore e il bianco 
ha il sapore di un inno; si vive
appena sopra la superficie del sogno
e tutto accade a un passo da qui.

E io vi lascerei qui. E' ora di pranzo. Dovrei fare qualcosa di utile, ma non lo farò. Devo vedermi Gazzè stasera e non ho voglia. Tutti gli orari, le cose da fare, gli impegni presi mi atterriscono, di questi tempi. Vorrei essere qualcosa tipo un soffione, ma dopo che è stato soffiato via.
Ma non si può. Farò anche oggi, per l'ennesima volta, ciò che il mondo chiede.
Ciao.

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