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"Il ballo" di Irene Nemirovsky***

E' una giornata partita piovosa. Ieri un sole che spaccava ma non potevo andare a prenderlo, oggi che potevo niente. In realtà non ne ho nessuna voglia.
Dovrei fare delle cose, delle cose che dovrei, ora che lo spettacolo cinquecentesco ha avuto fine.
Non ci voglio perdere una vita a parlarvi di questo racconto d'autore. 
Voglio fare qualcosa di utile, poca roba. Sistemare un cassetto, une dei tanti che sto sistemando, come un perfetto suicida che vuole lasciare tutto in ordine. Dà una certa soddisfazione, lo ammetto.

Ci sono cose che ti tolgono il passato, alcune il presente e altre il futuro. 
Si sa che le ultime sono le peggiori, contro le quali c'è ben poco da fare, di solito. Ma come dice il saggio, se non puoi fare niente, meglio, così non devi fare niente. E oggi niente farò.

Ora vediamo di rendere produttivo un po' di tempo però.
Vi parlo di questo ma faccio cose.
Ora voglio provare a registrare i cambi della mountain bike, e so che su internet ti spiegano tutto ma io non è che sono tanto bravo a capire le cose.
E infatti non sono stato capace di fare un cazzo. Ho rimesso tutto come stava e funzionano male come prima e mi toccherà portarla da qualcuno che.

Ma il racconto. Il ballo. Sì racconto e non romanzo breve, direi. Ché è corto e si legge in poco, anche io che non leggo quasi mai. Questo l'ho letto al mare, in uno degli ultimi giorni della mia vita precedente, quando sono riuscito ad andare al mare in bici. Era un altro dei libri che ho rubato e che ho deciso di tenermi invece di restituire... boh, niente dai... non ce la faccio. Non ho testa. Lascio il post qui così e continuerò quando riesco.


E sono passati giorni.
E succedono cose.
Belle. E brutte o quasi bruttissime.
Si rimane fermi, muovendosi, ed è quella cosa della sabbia che che si toglie da sotto i tuoi piedi, portata via dalle onde. Quella sensazione insomma... che è piacevole finché puoi spostarti. A volte, non puoi. E quindi, direi, vediamo di parlarvi solo del libro.
E' un racconto.
Lungo ma non troppo, famoso, credo, vuoi per il film, vuoi per le numero edizioni, vuoi perché le autrici ammazzate dal nazismo diventano sempre famose.
E aveva pochi anni, la Nemirovsky, o come cats di scrive, e lo scrive, questo racconto, in Francia, e l'ambientazione è la sua. E' un racconto di una famiglia arricchita, ma che nobile non è e non lo sarà mai, e una delle strategie per diventarlo, o almeno tentare, è appunto circondarsi di altri nobili, darsi rango con il riflesso del rango altrui.
E ci provano, i genitori della nostra protagonista, Antoinette.
Che poi, al pari di lei, io dico che la vera protagonista è la madre, Rosine.
Rosine e il suo dramma pronto per essere vissuto. Rosine e la sua fame di fama, di voglia di essere ciò che palesemente, ci accorgiamo da fuori, non sarà mai.
E' un bel racconto, dai, godibile, con questi due personaggi, madre e figlia, che alla fine si passano il testimone. Lei, Rosine, una ex troia, la figlia forse, un germe di nobiltà, pur nella sua capricciosità, sembra poterlo acquisire.
Ci si rende conto che in questo racconto c'è cattiveria, ma non si riesce a odiarla fino in fondo.
Ci si rende conto di una sorta di giustizia, ma che alla fine giustizia non è.
Non ti sta simpatico quasi nessuno.
Né le due donne, né il padre, svanito e meno duro, ma ugualmente bramoso di nobiltà.
E la macchietta dell'insegnante di piano, ridicola quanto penosa, alla fine è l'unica che ne esce vincitrice? Perché? Boh.
In ogni caso, è tutto qua. Oggi non riesco di più. Devo andare a bagnare il campo, mio padre non può, chissà quando e se potrà mai. E io, a stare un'ora e mezza al buio, sotto la luna piena, da solo, non lo so se sarà più un morire o un rinascere. Vi saprò dire.


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"Stato di quiete" di Pierluigi Cappello****(*)

Abbiamo letto un libro.
Un libro di poesie. 
Un libro di poesie che ho comprato, perché volevamo leggere poesie.
Leggerle ad alta voce, ché così van lette. Leggere nel silenzio, o nella musica bella di Bon Iver o James Blake, o nel rumore del mare.
E non lo puoi sapere quello che ti capita andando a cercare di comprare un libro di poesie. 
Andando di proposito, ma obbligati dall'urgenza.
Io sono andato alla Feltrinelli, quella vicino casa. 
Non ricordo se ne ho comprati due, o solo questo, ma so di essermi scontrato con quello con cui sapevo di scontrarmi: il mondo delle cose per il mondo.
Le poesie fatte per il mondo, in questo caso. 
Il mondo di chi non si occupa di poesia fino a che qualcuno o qualcosa lo obbligano a occuparsene.
Il marketing, diciamo, per essere semplici.
E se tu vai a cercare un libro di poesie alla Feltrinelli trovi prima il marketing.
E poi, a cercare dietro, forse, può essere che c'è quello che cercavi.
Il reparto di poesia qui alla feltrinelli di Basiliano era povero. Poverissimo, numericamente.
Non ricordo ma credo non più di venti libri.
Ovviamente c'era la Symborska -  o come cazzo si scrive -  l'inflazionatissima Merini.
E io lo so che se una non avesse vinto il Nobel o non avesse avuto la vita che ha, e l'altra non avesse avuto la vita che ha avuto e non fosse stata monetizzata dal sistema, a partire da Costanzo in poi, ecco... forse non le avrei trovate. Ma la prima l'avevo già, e la seconda non era una cosa che volevo leggere in quel momento. C'era De Luca. Che sa scrivere bellissime cose, a volte. 
Questi sono quelli che meritano, ma che non volevo, pur sapendo che meritano.
E poi qualche classico, ma chiaramente i classici famosi. 
Non Caproni ma Quasimodo, per capirci. 
Non il mio amatissimo Sereni, ma gli inarrivabili ma che non cercavo italiani del Novecento. Ungaretti e compagni.
E poi c'era la merda. 
La merda sono quelli che credono che basti cercare le parole strane sul thesaurus e smettere di scrivere prima che la riga finisca, per scrivere una poesia.
Ma essendo attori, scrittori, personaggi destocaz, ecco che la vedranno pubblicata, qualcuno dirà "Ohh" e si troveranno a essere venduti. 
Ecco... quello che c'era. 
E poi c'era Cappello. Pierluigi. 
Che anche lui, con questo libro, entrato a far parte dell'Universo marketing Rizzoli, coi suoi difetti e forse boh, qualche pregio. Il pregio della diffusione, se non altro.

Perché ve lo dico adesso. Se cercato poesie. Quelle vere. Quelle che sono distillato e non succo, quelle che devi rileggere, una, due volte. Che poi vuoi conservare, perché non si sa mai, più avanti, di voler prendere il libro in mano e volerle rileggere. 
Ecco... comprate questo libro. Perché le poesie sono poesie. 
Difficili, certo. Non immediate, quasi mai. Che vi chiedono molto, per darvi molto. 
Ma che hanno ossa forti, dentro una pelle liscia.

Insomma... ma torniamo a noi. Anzi no, faccio pausa. Sono le 10.42 e io sto riordinando la mia stanza dei libri. Voi non potete capire. E' una cosa difficile. Delicata. Bella, ma non sempre.
Sistemare i libri che mi hanno regalato, ricordare le persone, ricordare i libri che ho comprato, quando e dove. Ricordare cosa facevo mentre lo stavo leggendo, con chi ero, dov'ero, con chi stavo, chi ero io. Di ogni libro, credo, potrei scriverci un libro di pensieri. 
Tipo, per dire. Faccio una prova. Ora ne ripongo uno. Uno a caso. E vi dico cosa mi ricorda.

Ho preso Chesil Beach, di Ian McEwan. Lo ricordo. Me lo ha regalato, credo, quasi sicuro, Laura. Con Laura (nome di fantasia) andavo a letto, ricordo, ed era bello. La trovavo bella. Ci eravamo un po' persi, uno nell'altro, per un periodo. Lei aveva il suo fidanzato, con cui adesso è accompagnata, ha figliato. Io la mia, non ricordo quale. Condividevamo cose, musica e libri. Aveva, ricordo, un seno meraviglioso. Credo sia nella top tre dei capezzoli che ho conosciuto. Si andava a bere. Beveva birra. Le donne che bevono birra tendono a piacermi. Sto parlando di qualcosa come forse 10-15 anni fa, eh. Comunque, del libro. Lo lessi. D'inverno, ricordo. Ricordo la storia. Un po' come la storia di me e di Laura e del motivo per cui poi ci siamo allontanati, incazzosi, uno contro l'altro, per colpa mia, ovviamente, che non ricordo cosa mi fece arrabbiare. Pecco e peccavo d'ira. Ebbene. Ricordo che poi, il libro, lo lesse anche lei. Era un libro che stupiva per quanto "bene" era scritto. Ricordo una perfezione formale quasi maniacale, perché le frasi lunghe fossero perfette. Forse non è così, magari, se vado a rileggerlo. Ma insomma. Questo è. Ripenso a Laura, che vedo ancora, ogni tanto, saluto, non abbiamo più da dirci cose meravigliose. Non da condividere. Io leggo ancora poesia davanti al mare ad alta voce, faccio le notti, scrivo e ascolto musica invece di figliare e sposarmi. Lei non so. Lavora, è brava nel suo lavoro, molto. Ma è di quelli sempre uguali, come quello che faccio io. La vita è altrove. Per lei nei figli, per me non so. Forse nello scrivere. Forse. Insomma... ecco... penso a tutto questo, agrodolce, mentre ripongo Chesil Beach. Moltiplicato per il migliaio di libri che devo riporre. Per fortuna, molti, li ripongo in blocchi, senza guardare.

Ma torniamo a Pierluigi.
Perché è entrato nel giro della Rizzoli da Feltrinelli? Uno si chiede. 
E a questa domanda è facile rispondere: perché è bravo.
Ma la domanda vera è un'altra. Come mai questo tipo di libri, con le alette, con la prefazione horribilis di Jovanotti, con una decina di pagine bianche alla fine, con una particolareggiatissima quanto lunga e inutile bibliografia di 15 pagine o giù di lì, che cita anche la lista della spesa dell'autore. Insomma... un libro del marketing. Che per delle poesie così fonde e delicate è come mettere il ketchup sulla pizza. C'entra un cazzo, ma qualcuno senza gusto alcuno è convinto che.
Non lo so.
Certo... che sia sulla sedia a rotelle e ci sia stato del fermento per riconoscergli la legge Bacchelli credo che sicuramente abbia contribuito. Ma erano pensieri così, che mi faccio sempre quando una cosa bella viene vestita male per colpa di quelli che vogliono farla sembrare bella a chi non ha i mezzi e la sensibilità per capirla.
Pierluigi è friulano, scrive in italiano e in friulano. E' di qui. Abita di fronte a Giorgia, mi pare. Vedo casa sua, quando la vado a trovare. Lui no, mai, ma resta che è lì che l'ho immaginato quando ho letto il suo libro di racconti. Il primo, di narrativa, che mi piacque tanto tanto. 
E credo che sia il miglior modo di conoscerlo. Oddio... potrei anche suonare il campanello e dirgli, oh, ho letto questi due libri, beh... Bravo. Ma credo sia una cosa che non c'entra un cazzo, che gli starebbe enormemente sulle palle, come la prefazione di Jovanotti, che a me 'sta simpatico, anche, e apprezzo per certe cose, ma che più andavo avanti a leggere le poesie e più pensavo a quanto quelle righe insulse, sgangherate, qualunquiste e superficiali dimostrassero che del libro non avesse capito un cats.

Ora torno a riporre altri libri e poi torno a parlarvi delle poesie.
Ecco... le poesie valgono il prezzo del libro anche senza le pagine vuote, che comunque ho deciso di usare per scriverci dentro, e anche senza la biblio, che non leggerò. 
C'è una nota, all'inizio, dell'autore che spiega il titolo della raccolta e spiega da dove nasce, la sensibilità che è in queste parole. E c'è una constatazione numerica, che spiega perché sono distillati, questi componimenti: trenta poesie in sei anni, ci dice. E credo sia un numero giusto. Io credo sia una quantità alta, per questa qualità, con questi tempi.
Ma siccome parlare senza leggere non ha senso. Vi scrivo qualcosa di Stato di quiete.
Per esempio, l'altro giorno, al mare, il giorno della fine del libro (inattesa, perché credevo me ne mancasse ancora metà e invece) mi sono rimaste addosso queste prime frasi, che ho trovato e trovo meravigliose.

Stacca ombre decise settembre che preme sulle case,
sono diagonali scure, tegole in luce, finestre illuminate
e poligoni di buio. Le facciate esposte al sole 
sono tanto crude, croccanti come la polpa delle mele.

La poesia è Lungo la ciclabile, ed è poco più lunga. 
Ma io ve ne voglio scrivere una intera, e poi che vengano quelli della Rizzoli a cagarmi il caz. Se non ne leggi una intera, non capisci perché vi dico che sono piccoli gioielli.
Fatemi scegliere...

Ecco. Ho aperto a caso. Ma questa ricordo mi era piaciuta. E' breve, ché ho poco tempo per.

Scritta da un margine.


Non si tratta di riempire, si tratta
di far parlare il vuoto. L'ortensia
si è piegata al frutto della luce
ma non c'è tensione oltre le siepi di lauro, 
nella tenue foschia di mezza mattina. Sarà 
il tremolare delle gemme di marzo, sarà
l'aria spartita dal raschio di un autocarro
e il ricomporsi del silenzio che chiude una scia.
Dalla testolina di un passero, la prospettiva
accompagna lo sguardo alle quinte di alberi alti
dove il cielo si rompe in turgore e il bianco 
ha il sapore di un inno; si vive
appena sopra la superficie del sogno
e tutto accade a un passo da qui.

E io vi lascerei qui. E' ora di pranzo. Dovrei fare qualcosa di utile, ma non lo farò. Devo vedermi Gazzè stasera e non ho voglia. Tutti gli orari, le cose da fare, gli impegni presi mi atterriscono, di questi tempi. Vorrei essere qualcosa tipo un soffione, ma dopo che è stato soffiato via.
Ma non si può. Farò anche oggi, per l'ennesima volta, ciò che il mondo chiede.
Ciao.

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"Qualcosa era successo e altri racconti" di Dino Buzzati****

Indovinate cosa ho cominciato a fare?
No... non indovinate.
Ho cominciato a riordinare la stanza del PC, quella dove ci sono i libri. C'è posta non aperta vecchia di tre o quattro mesi, ci sono biglietti di cose da fare che oramai non hanno più nemmeno significato. Ci sono cartacce, bestie morte, polvere del secondo millennio e cose che non servono o non servivano.
Ma io ho cominciato dai libri.
Intanto li sposto.
Sono tanti.
Non saprei quanti.
Ma spostarli prima o poi si deve. Magari butto qualcosa, portandolo al Banco libro. Magari recupero qualcosa che credevo per sempre prestato. O smarrito. O che non ricordavo di avere.

E mentre lo faccio vi parlo di questo libro di Buzzati.
No, tranquilli... sono i soliti tre racconti saccheggiati dai suoi 60.
Sessanta racconti che, a dire il vero, io non ho letto.
Li avevo, quando lavoravo nel posto vecchio, e credo di averli letti quasi tutti. Sicuramente i più celebri. Vuoi nella boutique del mistero, vuoi negli altri saccheggi.
Ma è capitato che ero al bar e c'erano dei libri.
Dei libri che erano lì per chi li volesse leggere.
C'era scritto che poi dovevano essere liberati.
Dopo avermi letto liberatemi, c'era scritto.
E io ci ho aggiunto con la penna "col cazzo!"
E sapete perché? Perché questo era uno dei numeri della nuova stagione (sì, lo so che non sono telefilm) del Sole 24 ore che mi mancava. E me lo tengo.
Me ne fotto che posso considerarmi ladro.
Poi tra l'altro è Buzzati, echecaz, me lo tengo.
Ma torno a mettere via libri....

Ecco... cazzo. Sono troppi. Non ce la farò in due ore.
Anche perché devo andare a more, a correre, e a sistemare due raccontini piccoli, perché voglio finire un libro. Sì. Ma ci si deve provare.
Vi parlo di questi tre racconti, intanto.
Sono perfetti. Sappiatelo.
Sono diversi, ma accomunati da una caratteristica: vi faranno stare male. 
Per motivi diversi, ma vi faranno stare malissimo.
Allora... Vi dico i tre pezzi. Due li conoscevo, il terzo no.

Quello del titolo, Qualcosa era successo, che potete leggere in giro per lo web è uno tra i più celebri. Un racconto simbolico, che usa il treno, un treno che non si ferma, che non si può fermare, e che taglia l'Italia, e che porta lontano dal posto dove tutti stanno scappando.
Un racconto che può voler dire tutto, che può avere millanta interpretazioni.
E io so di averle lette, all'epoca, ma ora non mi va di ricercarle.
Pensatela come vi pare. Nella vita sono tanti i treni su cui saliamo e che ci portano in una direzione dalla qualle tutti fuggono. C'è il nero, il baratro, la morte, la noia, il non esistere, in quella direzione.
Ma noi siamo sul treno. Guardiamo tutti intorno che si affannano ma nulla facciamo per.
E cosa potremmo fare poi?
Se tutti scappano, allora vuol dire che dobbiamo scappare no?
O siamo noi che ci facciamo le paranoie? Ecco... è un racconto sulla paranoia.
Tutti si comportano in un certo modo e noi ragioniamo di conseguenza.
Il racconto è del 1954, per altro, quindi non è che ci si può cercare grandi appigli storici intorno che lo spieghino. E' un racconto bello, e basta. Con la solita bravura di Dino che non mette né una parola in più, né una in meno. Essendo però il più esistenzialista dei tre, è anche quello che ho preferito meno, pur piacendomi. Questo poi me lo ricordavo bene.

E niente... è un lavoraccio.
Mi sto ascoltando, poi, il primo disco dei Red Hot... quello col loro nome, del 1984, e boh... non lo conoscevo nemmeno, confesso. E non è mica brutto... grezzo, ma sincero.
Ma era di Buzzati, che parlavamo... e del secondo racconto.
Ecco, l'Uccisione del drago vi strappa il cuore. Se siete sensibili alle violenze sugli animali, lasciatelo stare. Vi ammazza dentro. Il racconto è proprio tragico, perché tragici sono i fatti narrati, e c'è questo rimanere in bilico tra fiaba e storia vera che proprio è straniante.
C'è un drago, e una allegra combriccola parte per vedere dove sta e ammazzarlo.
E niente, lo trova, è vecchio, è brutto, inutile, non oppone resistenza, e soprattutto, non muore mai.
Alla peggio è velenoso, ma... chissenefrega. We are humans...
Ecco. Gli umani, che brutti animali che sono. Ma poi, anche questo è un racconto simbolico. Si usa l'animale per difendere la diversità e la rarità. Metteteci una razza, una lingua, un oggetto, un luogo... metteteci cosa volete al posto del drago. Ecco la terribilità dell'homo che distrugge, invece di preservare.
Che poi, Dino Buzzati era molto attento a ambiente e animali, basta vedere il segreto del bosco, per dire, ed penso che il racconto sia meno simbolico di quanto sembri.

Terzo, per me era bellissimo. Ma angosciantissimo.
Ma per qualcuno potrebbe non esserlo. Me ne rendo conto.
Io ho timore della perdita della libertà. Ho timore dell'oscurantismo, dell'ignoranza, della folla che perde la testa, dei pazzi finti di rabbia. E ora è la loro epoca. I social li hanno liberati, accresciuti, incattiviti e scatenati. Gentismo e populismo e razzismo e altre cose in ismo armati dall'ignoranza. E il confine con la cattiveria è labile, a volte non c'è proprio. Ed ecco che questo racconto, anni '50, sembra volerci raccontare cose di adesso.
Non aspettavano altro.
Non leggo tutto, ma voi potete, questa disamina del racconto,
Io vi dico che è uno specchio della misera natura umana pronta a scatenare la rabbia e soprattutto a ricercare motivi per la rabbia, o per l'indignazione che si scatena in rabbia.
Insomma... questo racconto sembra raccontare fb sessant'anni prima.
Ci sono due viaggiatori, in treno, arrivano, città sconosciuta, viaggio di merda, caldissimo. Alberghi tutti pieni. Eppure sembrano vuoti, ma gli dicono no qui, no lì ecc. Lo straniero non lo vogliamo. Eppure sono due persone ammodo... boh, allora escono, almeno un bagno, dicono, ma andate ai bagni pubblici. E niente, coda infinita. La fanno, e poi alla fine restano fregati pure lì, li trattano di merda. E via... almeno un po' di refrigerio nel parco, una fontana. Ma niente, loro no. Siete estranei, uscite, la fontana è per bambini. Voi no. Se non ve ne andate.... dovete morire. Dalli dalli allo straniero. In un crescendo di irrazionalità e folla che diventa torturatore medievale e si aizza da sola. Ecco.
Con una bella fakenews in mezzo: la signora voleva nuocere al mio bambino. Uccidiamola.
Insomma... è un racconto a suo modo spaventoso. Di quelli che ti fanno venire voglia di entrare dentro la storia e uccidere tutti. Dimostrandone la verità e che la verità è anche la nostra, che leggiamo, che non siamo migliori di quelli lì, tra le righe.


E io la chiudo qua, che è tardi e vado a fare una corsa. E boh... stasera la prendo con calma, che ogni tanto bisogna. Ah... vi posso dire, così, per dire qualcosa, che è uscito in EP dei NIN, e che c'è anche roba nuova degli Arcade, ma non sono in vena di entrambi.

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"La giornata di uno scrutatore" di Italo Calvino****

Oggi fa caldo. Caldissimo.
Così caldo che addirittura uno potrebbe pensare che StudioAperto abbia un senso.
Ed è domenica. 
E io sono a casa.
Che io poi, nel caldo sto bene, soprattutto se sto casa senza rotture di coioni.
E oggi mi va bene così. 
Perché cerco di fare una cosa al giorno. Piccole cose. Grandi cose a pezzi. 
In realtà il pomeriggio se n'è quasi andato.
Ho dormito un'oretta come è d'obbligo dopo che cerchi di guardare un GP di formula uno.
Dal terzo giro in poi, mi sembra sia la regola.
E adesso sto ascoltando-guardando il concerto di Monza dei Radiohead.
Niente concerti io, quest'anno. Sono povero. Molto povero e per certi versi la cosa è affascinante.
Stare lì a contare gli euro per vedere se t'avanza dopo il fisco da pagare la rata dell'auto e rinunciare a fare cose. Mi piace, lo ammetto. Anche se mi sento in colpa. 
Di non poter fare regali, aiutare i miei... robe così. Ma del resto io vivo sentendomi in colpa. 
Ma come la targa dell'auto nuova (e di quella vecchia) dico FK, e fuck sia.
Comunque questo gruppo, questa musica, sono e saranno sempre dentro di me e fatti di me. Di me e immagino anche dentro di qualcuno di voi, là fuori.
La grandezza di questi qua è grande. Una grande grandezza. 
E come, un'altra grande grandezza è stato Italo Calvino.
Mettete pure agli atti che nel mio pantheon personale ci sono i Radiohead, Buzzati e Calvino.

Vi scriverò il post a pezzi. Mentre faccio i cazzi miei.
Non è che mi interessa sapere se vi interessano i cazzi miei, ovviamente. Quelli sono cazzi vostri.
Vi dico che ora vado a finire di farmi la barba, ora che ho cominciato.
E sto ascoltando il concerto al minuto un'ora e 09. Una tra le mie canzoni preferite. Non ha reso benissimo nella prima metà, qua a Monza, ma poi... cazzo... che mostruosità d'anima.
Sono cose che ti fanno ricordare cosa sei, se sei qualcosa. 
Cose belle.
Mentre vado a farmi la barba masterizzo un cd di Gazzè.
L'ultimo. Perché devo andarci a quel concerto. 
E ci metto pure Fabi, dietro. Che è un bellissimo disco anche quello.

Ah, sto ascoltando Last exit (for a film). 
All'epoca io pensavo che fosse una delle canzoni più belle del mondo.
A distanza di vent'anni, posso dirvi che lo è.
Lo è e lo sarà per ancor molto mondo a venire.
Ma non è tanto di radioheddi che volevo parlarvi, ma del libro... anzi, racconto.
Eh sì, perché questo Calvino, benché lungo e non breve, è un racconto
Sono 77 pagine di racconto. più una mini nota di Italo, che dice perché lo ha scritto e in quanto tempo. Quindi se non l'avete letto, e vi va dire che leggete Calvino, ecco, questo è il calvinismo che fa per voi. Breve e intenso, che vi offre spunti di cultura, di conoscenza, di riflessione.
Anche roba che potete spendervi all'apericena, volendo.
Detto questo, la barba, cioè, metà faccia, l'ho fatta, laviamo un po' l'auto va. Mentre ripenso al libro e ascolto No suprises. 

Bene, macchina risciacquata, per andare a sostenere le biasimazioni della sister. E vedo e sento, a fine concerto, che hanno fatto creep. La fanno spesso, ora, dopo decenni di oblio. E sembra avere fatto pace con la canzone e col proprio passato, Thom, e la canzone è la mia prima canzone. Io trovavo ci fosse, in quella sghitarr devastante di media res, un mondo nuovo, e ricordo che l'ascoltavo solo io -  o almeno così mi pareva -  la chiesi via lettere di carta, a radio 105, ero alla superiori, tipo boh, in terza, e mi dissero che boh, non lo sapevano che canzone fosse, l'avrebbero cercata. La passavano a zz radio o come cazzo si chiamava la radio americana che si sentiva qua un tempo perché la sentissero i militari di aviano, 1060 FM, stava. Non si pigliava sempre bene, e io d'inglese capivuncaz come adesso e facevo fatica a capire i titoli. Ma questa l'avevano passato e avevo capito e la chiesi, perché poi era l'unico modo di risentirla. Non c'erano i dischi da comprare, non conoscevo negozi alternativi, non c'era internet. E insomma, niente. Penso che ho una storia così per ogni canzone dei radiohead o quasi.

Ma eravamo qui per parlare di Calvino. 
Una domanda... Vi hanno mai minacciato, da piccoli, quando facevate le boccacce (io sono particolarmente bravo a) di mandarvi al Cot(t)olengo? Ecco... per me era normale. Il manicomio e il cotolengo erano un'accoppiata mitica della mia bambinezza. Luoghi che esistevano ma non esistevano, perché erano immaginati. 
La prima cosa che scoprite, leggendo questa giornata di uno scrutatore, che non fa altro che raccontare esattamente cosa dice il suo titolo, ecco, scoprite che Cottolengo si scrive con due t, che non è un nome di luogo ma un cognome di persona e che, in quanto tale, ha poi creato il luogo.
Invece lui, il buon Giuseppe Benedetto Cottolengo, è esistito e ha creato una sorta di luogo, a Torino, ricettacolo di malati, scherzi della natura, persone con problemi e persone a cui farli venire. 
Un qualcosa che potrebbe essere bello, nell'anima, perché la carità è una cosa bella, che fa da collante al mondo migliore, ma che poi, nella realizzazione, potrebbe prendere brutte pieghe.

E una piega brutta ce la racconta Italo, che lo scrutatore lo ha fatto veramente, in uno di questi seggi, e che comunista lo è stato veramente, nel periodo in cui nelle decine (si, decine, avete capito bene) di seggi interni al Cottolengo -  una città nella città -  si raccoglievano voti per chi si è appropriato della carità come se fosse sua e non universale. La carità cristiana, o meglio, della Democrazia Cristiana.
Voti.
Voti estorti, rubati, guidati, incanalati. 
Una democrazia che si scontra con il senso intimo di sé, che ci interroga sulla sua vera necessità.
Siamo nel 1963. 
Calvino lo ha visitato dieci anni prima, il Cottolengo, ma è stata esperienza devastante ed era impossibile scriverne. Ci dice che ha faticato parecchio per scrivere questo libro e in certe pagine, verso la fine, quando si cerca di far votare chi non ha più ragione, mente, corpo e forse nemmeno vita, lo si capisce benissimo.

Adesso mollatemi che vado a portare la spesa casa di là e poi torno va.
Fatto.
Ora dovrei sistemare gli ipod, che cazz... ogni volta mi elimina la libreria. vabbè... apple, per certi versi, è proprio nammerda.
Ma dove eravamo rimasti? Al libro. Beh... alla fine, quello che ve lo dovevo dire, ve l'ho detto.
Si racconto di uno scrutatore che durante la sua giornata, più con la sua indolenza, con l'accettazione media del tutto, che con le parole, fa da specchio a una situazione. Dice Calvino che è tutto piuttosto vero tranne la visita di un onorevole che viene a vedere come butta il suo serbatoio di voti. Le suore scodinzolano, i medici pure, il matto dà di matto e chiaramente non viene cagato. Ecco... dice e non dice, Italo, che 'sta cosa l'ha aggiunta lui. O meglio... l'ha messa lui così com'è perché si capisce che la cosa c'era, e non è che la potevi dire tutta tutta. 
Poi, il senso del libro è di indagine interiore, non di critica politica. 
Vi farà anche tanta tenerezza, in certi frangenti, e rabbia in altri.
Ma è un bel lavoro, piccolo, ma rotondo, con il suo senso, e una sua anima ben precisa. 
Forse non tra i Calvini più famosi, come quelli della trilogia, non tra i più complessi e ricercati. 
Ma un racconto che ha dalla sua la semplicità ripiena di pienezza, che dice cose solo se le volete sentire, sennò vi racconta solo una storia, e quindi sappiatelo, se vi va di leggere una cosa breve, voi che come me tempo non ne avete.

Basta così.
Potrei dirvi che oggi nel campo ho trovato un paio di tenaglie che probabilmente erano di mio nonno. Uscite dall'aratura dove un tempo c'era vite. Mi ci sono pure tagliato, ma non mi verrà il tetano. E c'è della favola in tutto ciò, Ma non ve lo dirò, magari vi ci metto la foto qui sotto, se ho tempo. 
Ma dopo, che ora ho da andare dalla sister.


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"Un amore" di Dino Buzzati****(*)

Ecco.
Aggiorno il blog.
E' il due luglio. Succedono cose a luglio ma non ricordo quali.
E adesso ero entrato in loop, coi soliti deboli propositi suicidi che presto si fanno pigrizia.
E' faticoso uccidersi. E anche uccidere restando impuniti. Quindi è meglio che aggiorno il blog.
Non lo aggiorno da mesi. Delle cose le ho lette. Una soprattutto, questa.
Ma non è per quello che non lo aggiorno.
Ho scritto. E finito di scrivere un libro intero, ma per ora lo dimenticherò.
Vediamo di mettere dei punti fermi.
E' domenica. Una bellissima domenica di sole che sto sputtanando.
Amen... Da domani lavoro ogni giorno anche se le scuole sono finite e dovevo fare ferie.
Almeno aver un giorno libero... invece mai. 
Devo e dovrei fare delle cose. Delle cose da fare.
Tipo fare tutti i documenti di autotutela per un bollo auto che non dovevo pagare ma vogliono che paghi, con soldi che non ho. E mi chiedo e dico che devo, ma in realtà sono guerre che sono stanco di combattere. La storia poi è sempre quella. Essere poveri. 
Ci sono i più poveri, ovvio, e io sono povero solo perché ho capricciosamente cambiato l'auto.
Che poi, alla fine, è la cosa che uso di più nella vita, quindi che almeno quella sia bella. Ci sta.
Però essere povero vuol dire che non posso comprarmi gli occhiali, il dentista, vestiti nuovi, birre qb ecc. E soprattutto qualcuno che combatta per me le guerre contro lo Stato. 
Comincio a capire i terroristi. Davvero. Se mi date soldi e impunità uccido. Ma chi voglio io.
Ma parliamo di puttane.
Perché questo libro è di puttane che parla.
Puttane di un tempo, quelle che lavorano in casa, tollerate, milanesi, perbene.
Le puttane che non sono puttane. Che non si dice. Un libro per certi versi datato, che racconta dei tempi in cui non c'era stata, sul mercato, l'invasione nigeriana, l'invasione dell'est, l'invasione cinese. 
E c'era della tolleranza, meno stereotipi. 
Tolleranza sgradevole, sgradevolissima, ma molto, molto più dignitosa del moralismo falso attuale. 

Il mondo è brutto. Sappiatelo.
Domenica ho bevuto un aperitivo in un bicchiere di plastica. Perché per una manifestazione per nerd da venti persone bisognava fare l'ordinanza... vietare vietare vietare
Ho contato dieci autovelox in 3-4 km. Multare, vietare, multare...
Continuo a vedere commenti contro i profughi, di antivaccinisti, di sciachimisti, di terrapiattisti, di gente che uccidere le persone non gli animali.... roba così.
Io non penso siano salvabili. Io penso debbano morire. Sappiatelo.
E un po' di questa bruttezza del mondo attuale, un po' soltanto, è forse nata da lontano. Non l'ha portata internet, non i nuovi media, non i social. La bruttezza è dentro di noi.

Come la bruttezza sparata fuori dalle parole della puttana che chiudono questo libro e che ribaltano tutto. Ci mettono di fronte alla nostra pochezza, alla nostra miseria, alla nostra ridicola falsa moralità. Alla meschinità. Siamo così, piccoli, egoisti, meschini. Miseri. Anche e soprattutto in amore.
Buzzati è un dio, e un dio può metterti di fronte a questa realtà.
"Un amore" è la storia di Laide. Laide è una ragazzina. Una prostituta. Ma anche ballerina alla scala, dice lei. Ma forse lei dice un sacco di palle. Ma tante. Tutto. Tutto ciò che dice forse è una palla. Eppure non sembra. No, anzi, non lo è. Antonio Dorigo, il borghese, borghesissimo, ma davvero borghesissimissimo Dorigo, che per abitudine, ogni tanto, passa a trovare la signora Ermelina, per una ragazza. Perché è normale. E' giusto. E lui è gentile, rispettoso, paga. 
Insomma... un cliente coi fiocchi, il Dorigo.
Ma poi gli viene presentata la Laide.
E il Dorigo perde la testa. Non subito. Ma in fretta.
E sragiona. Sragiona come tutti gli innamorati. Come tutti i vecchi che si innamorano di una ragazzina. E poco cambia, all'inizio, sia una prostituta. E pure stronza, a vederla. Molto stronza. Stronzissima. Però è anche una bambina, dentro. 
Ma Dorigo... il povero Antonio è innamorato cotto. E fa lo zerbino. E quanta pena proviamo, da fuori, per chi fa lo zerbino? Per questo cinquantenne che sputtana lo stipendio per una troietta di vente, manco tettona, che manco lo fa godere più di troppo, e lui niente, imperterrito, col sole e colla pioggia a farsi mettere la scopa là e ramazzare dov'essa cammina.
Ecco.

Ma non è così. 
E non fatevi ingannare dalle mie parole triviali, ché oggi ho la giornata storta e non potete pretendere. Questo libro di Buzzati è di una tenerezza e di un "ammodo" enormi. Mai volgarità, ma gratuita oscenità, ma nemmeno si evita, o si edulcora. La verità è che c'è un modo bello per dire cose che paiono (o siamo abituati a pensare) brutte e Dino Buzzati lo ha trovato. Non si potrebbe riscrivere diversamente, un libro come Un amore. 
Il tema, poi, fa pensare che non se ne parli molto, di questo lavoro di Buzzati. Anche perché, a essere superficiali, pare quasi che inizialmente, quel modo normale di trattare la prostituzione, la normalizzi. Ma non è così. Qui, si mettono a confronto due mondi, due entità, e se ne mostrano difetti e meschinità. Forse, e dico forse, arrivati alla fine e compreso dove si voleva arrivare, si riuscirebbe a dire che si è stati anche troppo indulgenti, con Laide, ma è una questione di opinioni.

Resta che questi due personaggi, Laide e Dorigo, vi restano dentro. E ve li ricorderete a lungo. E Laide, lei soprattutto, lei che è già un personaggio con il nome, io trovo che sia tra le cose migliori di Buzzati che ho letto come costruzione del personaggio.
Poi, che vi devo dire.
Tante cose.
E oknotokay, che mi fa capire tante cose che all'epoca capivo senza capire.
E poi?

Altre cose sul libro di Buzzati, magari, che io ho letto in una vecchierrima edizione della Mondadori, con il suo quadro in copertina. Il libro è del 1959, e ci vede una finestra sui Sessanta che verranno, in molte cose che fa la laide. (le auto veloci che arriveranno, per esempio, e il suo denigrare la macchinetta di Dorigo, che vuoi mettere una spider...)
C'è un film, del 1965, anche. E vi metto qui sotto due immagini della Laide del film.
Ho trovato un bell'approfondimento sul libro, con dentro quadri e cose. Non l'ho letto. Forse lo leggerò.
Poi, se vi interessa scoprire cose sul libro, che viene da un amore di Buzzati reale, per una giovane, vi potete leggere questa intervista alla vedova buzzati. Purtroppo è su Oggi, ed è poco credibile, ma sembra piuttosto semplice e vera. 

Ora basta.
Ho letto un libro bellissimo, ho pensato quando ho finito, ormai un mese fa, questo "Un amore". Lo penso ancora oggi. E fino alle ultime pagine pensavo solo fosse un libro bello. Ma il finale è decisamente prevedibilissimo eppur spiazzante, 
Cosa chiedere di più?

Adesso vado a vedere la partenza del MotoGP. 
Poi deciderò cosa fare di me. Ma intanto, ciao. Sono tornato.






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"La pista di Campagna" di Massimo Carlotto**

Mezzora. Mezzora poi mi ficco sotto la doccia e vado a lavorare. 
Oggi meno cose, di lavoro normale, ma che poi, mi rendo conto, i giorni in cui ho meno cose di lavoro normale sono quelli dove alla fine sono molto più stanco.
Perché?
Ho capito che per quelli come me, per quelli pieni di cose fuori dalla porta, da fare, la vita è così.
Quando dal lavoro ti dicono: oh, hai visto, hai un pomeriggio libero questa settimana...
Ecco, loro pensano: di cosa ti lamenti, cosa ci vieni a dire che sei stanco, noi abbiamo lavorato di più... tu avevi UN POMERIGGIO LIBERO, bioparco.
Ma per quelli come me, il pomeriggio libero significa: 
scrivere, perché ricominciato, sì, in friulano, e lo voglio finire questo quinto libro.
leggere, perché sì, non ho tempo, se leggo è per scrivere, ma ho Calvino, qui sul tavolo, vicino ai giornali vecchi con articoli che devo leggere, ho Bellina, là nell'altra casa, vicino alle memorie di Casanova, e li leggerò. (Calvino e Bellina, non Casanova).
E poi ho da illustrare i racconti del Checo
Ho da finire di dipingere le porte di casa
Ho da pulire tutte le stanze di casa,
ho da comprare una lavatrice
Cambiare auto
Comprare una lavatrice
Andare dal dentologo
Fare spesa
Andare a raccogliere i fiori di sambuco per fare altro sciroppo
Fare lo sciroppo
Seminare menta e basilico che siam fuori tempo massimo
Prendere del sole
Fare giri in bici
Andare a prendere e legger libri per bambini
Andare a Roma da Gloria se è viva
Andare a Treviso da Elisa se è viva
Portare la mia vecchia a passeggiare e vedere delle visite che deve fare
Andare a trovare altre settordici persona prima che non esistano più
Vendere tipo ottordici cose su subito punto it
Leggere il libro di Gianfranco ed editarlo
Convincere Pablo a finire la tesi
O andarlo a trovare in Repubblica Ceca
Prendere i biglietti per due tre concerti che dovevo e che oramai non ci saranno più
Andare al fiume a prendere i sassi per le tartarughe
E poi fare la loro casa, delle tartarughe, dico, non dei sassi...
Serve che continui?
Io ho una lista di queste cose o cose come queste che conta altre decine e decine di voci.
E quando mi dicono hai un pomeriggio libero ecco, è come aprire la porta e queste cose, tutte insieme, cercano di entrare.
E alla fine finisce che non ne faccio nessuna. Oppure, e sono i casi migliori, che ne faccio una, magari una che mi va, ma la faccio col senso di colpa di tutte le altre che presto, appena il pomeriggio libero è finito, dovrò mettere alla porta.
E spesso quella che faccio è una nuova, non una di quelle in lista.
Non c'è uguaglianza nelle cose da fare alla mia porta.
Ecco... se penso a tutto questo, penso alle parole della mail di Paola e al fatto che non si dovrebbe lavorare, si lavora troppo, non si può pensare, almeno per quelli fatti come me, di usare 8-10-12 ore della propria giornata, ovvero tutte, nelle giornate di altri, per il lavoro. 
E le cose fuori dalla porta?

Ecco... tutto questo per dire che la cosa fuori dalla porta che sto facendo entrare oggi, che comincio a lavorare alle dieci e tra 15 minuti devo andare a lavarmi, è questa recensione, queste righe di un libercolo che ho letto oramai un mese fa, prima di ricominciare a scrivere.
La faccia perché Pecorella mi ha rotto il cazzo, dice che mi legge ancora, e io sono felice. 
Anche altri ogni tanto mi dicono "Oh, ma il blog... "
In realtà non faccio fatica a non aggiornarlo, ma nemmeno ad aggiornarlo.
Mi rendo conto infatti che potrei scrivervi per ore, prima di cominciare a parlarvi di questo "La pista di Campagna" di Massimo Carlotto. 
A parte che il calembour del titolo mi sta sulle palle... ma vabbè, lo dovevo dire.
No... non mi è piaciuto.
E' uno dei libri del Sole 24 ore. La seconda serie. Anche questa interrottasi come la prima, di botto.
Ma io li ho comprati, anche se mi mancano i primi, alcuni. 
E ho intenzione di leggerli.
Sapete perché?
Perché io molti autori non li conosco, e leggendone un racconto, un po' li conosco.
La librogonia del mondo è infinita, ma noi conosciamo solo alcune stelle. 
E allora ti capita di trovare altri, che conoscono altre stelle, e si sconvolgono quando dici "No, non ho mai letto niente di Carlotto"
Eh!?!?! Uh?!?!! OH!?
Eh...
Ma non puoi.
Sì che posso. Soprattutto ora che una cosa l'ho letta, e non mi è piaciuta tanto.
E' un racconto breve fatto lungo.
Ho visto che è uscito per einaudi in 62 pagine... 62 cazzo di pagine. Scherziamo?
Qui ce ne sono 75 e tipo è un Times new roman 16... 
Quindi è un racconto breve. (qui le prime pagine, se vi va)
Il commissario è Campagna, quello del titolo e del calembour scontato.
Una vicenda di droga, di droga a padova, di droga che la prendono i metalmeccanici, gli operai, chi lavora in fabbrica. Non gli sbandati. Tutti, a sentire Carlotto.
Dopo il loro lavoro, la giornata in fabbrica, ecco... cosa ti resta nella vita?
Come fai ad andare avanti... E niente. Ti droghi.
Sarà anche vero, ma mi ha irritato fortemente. La generalizzazione mi è sembrata poco credibile, ma tenete presente che io sono uno che ha le cose fuori dalla porta, che capita che mi addormenti alle 3 alle 4 e dorma due tre ore, per fare le cose che sono non lavoro. Mi drogherei, sì, se avessi soldi, ma non certo per deprimermi. Solo per fare cose, non dormire mai.
E quindi no, la trama non mi ha fatto impazzire, anche se riconosco il pregio di aver creato una situazione incasinatissima da cui Campagna esce.
Però è tutto un luogo comune, un già visto... L'ispettore che non segue le regole, con l'animo integerrimo che sa bene che i pesci piccoli non c'entrano ma sono i grossi...
la corruzione...
il ricco delinquente...
il delinquente russo violento uccido tutti crudelmente
cose viste e straviste...
E niente... non mi veniva voglia di leggerne un altro. Mi sono immaginato che questo sia un racconto minore. Una roba che Carlotto aveva nei cassetti, che gli hanno rotto i coioni per pubblicare qualcosa, che abbia detto Oh, non ho coioni, prendetevi questo. Non so... non penso che sia così, perché allora non credo che leggerei altro. 
Ma va detto che non vado pazzo per le storie noir all'italiana di questo stampo, con gli ispettori non ortodossi che risolvono casi in modo poco ortodosso. 
E quindi sono le 9 e 10 sono in ritardo di dieci minuti. 
Alzo il volume e vado.
E vi dico cose... vediamo cosa...

Ah, è uscito Liam. Ah me Liam sta simpatico. Non so... credo sia stronzo e senza talento, ma è simpatico, e mi piace pure la canzone.
Ah, tra i concerti che vorrei, c'è quello di Benjamine, è uscito il video nuovo, mi pare, l'altro ieri.
E niente... parla di Aleppo. Guardatelo. Ascoltatelo. Merita.
Ah, non mi passa che è morto Chris, non mi passa il come, e ho istinti suicidi piacevolmente forti, quindi nel caso, non rompetemi i coioni, che son contento così.


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"Un borghese piccolo piccolo" di Vincenzo Cerami****

E' sabato, ma ci sono le partite ed è come fosse una domenica.
Ascolto or ora il nuovo Kendrick, ho una gatta che continua a rotolarsi sulla tastiera mentre scrivo e pure si infastidisce se muovo le dita. Ho 4 tartarughe nuove, una più grossa dell'altro e gli ho messo la cuccia del cane, ché tanto il cane non la usa.
Ho anche 4 nuove galline, le uova di pasqua per i colleghi di lavoro sono venute belle e io ci ho guadagnato 4 haiku in friulano, quasi tutti belli.
Ho scoperto che ci sono in giro sempre più coioni che credono ai complotti e sono sempre più propenso a pensare che non siano recuperabili e se inventassero un virus che li toglie di mezzo potrebbe non essere un'idea cattiva.
Detto questo, rimettiamo a posto un libro letto oramai un mese fa e passa.
Vi ricordate che avevo sbagliato? Avevo cominciato un libro di Gianni Celati convinto che fosse di Vincenzo Cerami ed era comunque bello. Beh, ecco, poi il libro di Cerami ce lo avevo, e l'ho letto subito dopo. Era uno di quelli della collana del Corriere della sera ed è un libro che non è tra gli ultimi arrivati se scandissimo le posizioni di rincalzo della classifica dei libri per sembrare fighi.
"Un borghese piccolo piccolo" io l'ho sentito usare, come termine, e ora che l'ho letto posso anche dirvi che forse è fuorviante, il suo utilizzo. O per lo meno lo è nella seconda parte di libro, quando più che di difetti della piccola borghesia si parla quasi - per enorme metafora - della sua decadenza.

Andiamo per ordine.
La prima cosa che vi dico è che è un bel libro, questo. Ma proprio bello. Un libro denso, pieno di cose, di fatti, di personaggi, di pensieri. 
Ho sempre avuto l'idea che un libro non debba essere lungo, per contenere cose, e i romanzi meravigliosi, per i miei tempi di lettura, sono proprio tra le 200 e 300 pagine, ma bastano un po' meno per mettere in piedi un gioiellino.
Ecco, questo ne ha 140 e pure scritte in grande, e lo è, un gioiellino. Almeno secondo me.
Cerami lo avevo già letto con i suoi racconti, e mi era piaciuto molto molto, e inoltre è quello che scrive libri per imparare a scrivere, e insomma, non è l'ultimo arrivato.

Il libro forse è famoso per il film di Sordi, regia di Monicelli, ma io i film di Sordi non li conosco, e quindi so dirvi solo del libro. 
Di che parla? 
Di Giuseppe. Giuseppe funzionario delle pensioni, che sul tavolo ha la sua pensione, pure, che presto sarà. Ma Giovanni ha un figlio, unico, che deve sistemare, e farlo uscire dalla sua piccola borghesia, per entrare dove conta, ma c'è un concorso, da fare, e per vincerlo bisognare essere raccomandati, e per la raccomandazione... c'è la massoneria!
E' la parte più ironica e spassosa del libro: Giovanni entra in questa cosa che è a metà tra la farsa e il circolo di uomini che giocano a raccontarsela. Un piccolo teatrino ridicolo, surreale, a tratti, che vi farà ridere e ridere amaro, anche. Sono persone piccole, ti arriva come una freccia l'aggettivo del titolo. Persone piccole che danno importanza enorme a cose piccole: alla carriera, al posto, al prestigio, a essere un po' più in alto di qualcun altro, ai piccoli privilegi. 
Il dottor Spaziani che ti dà del tu è un onore che Giovanni percepirà come tale per tutta la vita.

Giovanni, Amalia e il figlio Mario sono una famigliola medio borghese dei '70 e rappresentano quell'italietta media, infima, sfigata, se vogliamo, eppure tanto, tanto vera. Una critica feroce all'italianità, a una certa italianità, del cittadino borghese che ha perso di vista valori spirituali e morali ma non la bontà d'animo, quella gli è rimasta, solo che la dedica agli obiettivi, appunto, piccoli piccoli. 
La sfiga, tra l'altro, la fa da protagonista, ma è vera sfiga? Non lo so. 
Alla fine, non ne esce bene questo Giovanni Vitali, impiegato del Ministero, giustizialista


E allora ecco tutta la famigliola a dedicarsi a questo concorso pubblico, per passare lo scritto e godere della raccomandazione.
Poi... 
Poi il libro cambia. Succede qualcosa, succede che tutto finisce.
Non vi sto a dire molto, ma è il colore nero ad avvolgere le pagine. E' il nero che domina. Un nero amaro, di una sfortuna che sembra accanirsi contro Giovanni, contro la sua famiglia, e lui risponde in un modo che non sospetteresti mai, dopo la prima metà di libro. E non puoi nemmeno dire che sia una pecora che diventa lupo... no... è una pecora con le unghie, ma sempre pecora rimane, questo Giovanni. E alla fine, infatti, tutto ritorna all'origine, alla vita di sempre, nonostante siano passati gli uragani in mezzo.

Ci rimani di sasso, da quel che succede. Ci rimani di sasso e non capisci subito come possa virare, il libro, in una direzione così diversa dall'ironia dell'inizio. Eppure è riuscitissimo. Io per lo meno l'ho trovato tale. La prosa di Cerami è semplice, scorrevole, diciamo pure lessicalmente borghese. Che sembra volersi dare delle arie, quasi quanto i personaggi coinvolti. Insomma...
Io la chiudo qua, perché direi che vi ho detto abbastanza. 

La copertina non ve la trovo, e quindi non la scanno e vi tenete quella con il loghetto di subito.
E non so, cosa volete che vi lasci?
Il video nuovo dei Gorillaz l'avete visto no?
Il disco nuovo di Jamiroquaglia? Ascoltatevi questa e ballate per tutto il giorno!




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