Libri stellati

Recensione dei libri letti da gelo, in mezzo a molti cazzi suoi

Storie di gelo

Racconti brevi, brevissimi e storie fantastiche da leggere

Cosa posso fare per voi

Diversi modi che ho per tenermi impegnato

Regala un libro bello

Libri belli, nuovi e a metà prezzo da regalare e regalarvi

Se ti piace il blog

I modi per diffondere e sostenere questo blog

Etichette: , ,

"Il Divoratore" di Lorenza Ghinelli***

Vi racconto questa storia simpatica.
La storia di veleno. Veleno, anzi. Forse l'ho già raccontata nel post appost, ma forse no.
Ecco... c'era un tempo la gente. Gli amici immaginari, quelli che scrivevano.
E tra essi c'era la Elena, che se ne uscì con Oh, senti, te che scrivi degno, c'è questa cosa da fare, per una casa editrice con un certo rilievo, di scrivere un racconto erotico, ma diciamo pure più porno, che erotico, che ne dici, te lo sai mescolare il porno con l'erotico.
E io ero in un periodo che dicevo di sì e poi pure ci prendevo gusto a fare, non come adesso che dico di sì e poi è una condanna eterna e non voglio più fare nulla.
Mi vedevo pure con una tipa anorgasmica così lei diceva, e bellissima, e me lo aveva ispirato, e insomma, mi pareva pure venuto bene. Aveva il titolo di una delle più belle canzoni poco conosciute dei radiohead
E insomma, lei lo scrive, lo scrive pure Marco, un altro amico immaginario, e consegniamo e poi fino alla pubblicazione della cosa, fra mille vicissitudini di cui ho colpa, perché ero anche parecchio stronzo, all'epoca, ecco, esce 'sto libro. E gli unici tre racconti pornorror della raccolta erano i nostri, mentre gli altri erano normali.
Avevano cambiato idea. Senza dircelo.
E così abbiamo fatto tutti la figura dei pervertiti.
Ecco... uno degli altri racconti normali, bello, scritto con uno stile che ricordo era già abbastanza maturo, uno dei pochi che mi piacque, era di Lorenza Ghinelli, autrice che poi, poco dopo, se ne esce con "il caso letterario per mesi ai primi posti delle classifiche".
Ma era un libro newton compton e lo sapete come funziona con le fascette da quelle parti.
Ma facciamo corta.

Uscì "Il Divoratore" questo libro che ho letto questa estate quando c'era stato un momento che credevo di poter tornare a leggere e in una giornata di mare ero riuscito a leggerne buona parte. Certi libri scorrono, e questo horror piuttosto classico, era uno di questi.
Tra l'altro ho visto un film, da poco, che non ricordo il nome, roba di sogni che prendono vita, che sembrava identico alla trama di questo.
Dicevo... mi arrivò come premio per uno dei miei tanti concorsi, e poi me lo regalò Noè, e io, proprio questa copia di Noè mi sono letto, perché l'altro l'ho data persa o non so, qualcuno ce l'ha.
In ogni caso, quando ho due libri, leggo la copia che mi hanno regalato.

L'ho fatta lunga, lo so, ma fuori ha nevicato e non è il caso di uscire a bere birra e che ne so, allora liquido questo libro e libero il banchetto di fianco.
Mi è piaciuto? Sì, il divoratore mi è piaciuto. Non c'è niente di nuovo, certo, non vi troverete, se avete letto abbastanza horror, idee innovative, e la storia bene o male potrebbe avere quel sapere di già letto. Ma è raccontata bene, vi prende, è gestita con i giusti tempi e con la giusta lunghezza, e arrivate alla fine soddisfatti, con il piacere di aver letto un buon libro di intrattenimento.

Di che parla? C'è Danny, che fa sogni strani, e un bambino autistico, che vede un vecchio, l'uomo dei sogni, che gli altri bambini che fanno del male a Danny li fa sparire. Ed è un Villain molto riuscito, l'uomo dei sogni, anche se è costruito sulla figura del vecchio senza tetto inquietante un po' classica, ma che poi quando agisce funziona bene,
Ovviamente, nella storia, ci sarà qualcuno che crede ai disegni del bambino autistico, e non saranno tutti rose e fiori, credergli, perché se c'è una cosa che spiega le cose, negli orror onirici e del paranormale, è il passato e i suoi traumi, e sono tutti da scoprire.
Anche qui, sarà così e sarà questa ricerca del passato a portare il lettore all'ultima pagina.
Quindi? Consigliato?
Sì, dai, un libro godibile, ambientato in contesto nostrano, ma con meccanismi molto da sceneggiatura da horror americano o quasi. Quei film che ci fanno saltare sulla sedia anche se sappiamo già cosa aspettarci.
E direi che mi fermo qui e lo metto via. Grazie Noè, che so che ci tenevi che lo leggessi, e io dopo 7-8 anni l'ho fatto... ho tempi lunghi ma a volte la combino. Adesso torno ad ascoltarmi dei dischi nuovi usciti. Tipo i Baustelle, o gli XX o magari mi ascolto Bonobo.
Poi magari chissà, magari la strada non è così brutta come sembra e si può uscire a bere birra, anche senza avere fiammiferi.

0 commenti
Etichette: , ,

"La malora" di Beppe Fenoglio***(*)

Oggi non è una gran giornata.
Non lo sarà nemmeno domani. 
Allora faccio questa cosa, prima di andare nell'altra casa a pigliarmi una birra. O forse due. 
Non esco nemmeno. 
Questa cosa sarebbe liquidare questo libro che ho qui di fianco da sei mesi. Credo fosse tipo giugno o luglio.
Credo fosse Bibione.
A me, un tempo, piaceva il mare. Mi piaceva perché lì non dovevo parlare con nessuno. Ora purtroppo non è così. Non credo lo sarà mai più. 
Comunque, altra cosa fastidiosa, che detesto, è muovermi inutilmente, al mare. Quindi, alla frase "mi accompagni in bagno" ecco che si mossero tutte insieme le imprecazioni che conosco per temporaleggiare burrascosamente nella mia anima. Poi, okay, va bene, dissi.

Perché? Dissi va bene perché a Bibione Pineta ci sono i libri, lì dei bagni. Una sorta di bookcrossing atipico, con sopra un po' di tutto. E c'era questo racconto, anzi, romanzo breve, di Beppe Fenoglio.
Ecco... io ho letto Una questione privata, ai tempi di quando leggevo i classici, e l'ho trovato bellissimo. E anche i suoi altri racconti, mi sono piaciuti. Lo so... lo so... ci sarebbe Partigiano Johnny, ma sarà nella prossima vita, ormai. 
Anyway, mentre aspetta fuori dal bagno e non essendoci fighe da guardare, ecco che adocchio questo libro, proprio come quello lì dell'immagine. Na roba del 1954, anno di pubblicazione della Einaudi, con una considerazione di Elio Vittorini, nel risvolto, che non è proprio di quelle che ti aspetteresti. Nel senso che mette in guardia il lettore sugli scrittore che escono dalle cose che conoscono (la guerra, in questo caso), dicendo che devono stare attenti. Quasi una critica, insomma.

Ecco... io penso che Fenoglio ci esce benissimo, qui, da quel seminato. 
"La malora" è un racconto tragico, di mancato e impossibile riscatto, e per chi ha letto Pavese, il Pavese della Luna e dei falò, ecco, qui penserete di essere proprio lì. Sembra uno spin-off di quel libro. Alba, il Bembo, i mezzadri, il lavoro, la miseria, la miseria e ancora la miseria... anzi, la malora. Braida, il protagonista, è lui a raccontarci.
Ci racconta di come tutti i rapporti umani, le ingiustizie, o le gioie, quelle poche, siano travolte dalla miseria, dal lavorare per sopravvivere, dal essere abituati a subire, subire sempre e vivere in una condizione di perenne precarietà. Parte da quando torna a casa per la morte del padre, e subito dopo deve andare a lavorare da Tobia, mezzadro, a spaccarsi la schiena. 
Suo fratello deve prendere gli studi ecclesiastici, e morire di fame in seminario, ed è cosa da spezzare il cuore a vedere come si riduce. E spezza il cuore anche sentire la sofferenza.
E' il lavoro, a dominare, è l'avidità e ogni azione è guidata dalla necessità.

Per farla breve, insomma, non è un libro che fa gioia, ma è un libro comunque bello, anche molto, per quel modo di raccontare che ha Fenoglio, che sapientemente rende bene la prima persona del protagonista, ebbra di termini dialettali e di modi di vedere le cose a volte anche troppo "arguti" per uno della sua levatura. Comunque, io vi voglio lasciare l'incipit, che così capite di che parlo.
Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra.

Era mancato nella notte di giovedì l'altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m'aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta casa nostra non c'era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra glie-l'avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po' su testa.
Io ero ripartito la mattina di mercoledì, mia madre voleva mettermi nel fagotto la mia parte dei vestiti di nostro padre, ma io le dissi di schivarmeli, che li avrei presi alla prima licenza che mi ridava Tobia.
Ebbene, mentre facevo la mia strada a piedi, ero calmo, sfogato, mio fratello Emilio che studiava da prete sarebbe stato tranquillo e contento se m'avesse saputo così rassegnato dentro di me. Ma il momento che dall'alto di Benevello vidi sulla langa bassa la cascina di Tobia la rassegnazione mi scappò tutta. Avevo appena sotterrato mio padre e già andavo a ripigliare in tutto e per tutto la mia vita grama, neanche la morte di mio padre valeva a cambiarmi il destino.
Ecco... è proprio quest'ultima espressione il tema della novella. Il fatto che per quanto uno provi, a sfuggire al giogo della miseria, non ne ha le forze, né la cattiveria. E' un vortice, la malora, che ti tira sotto quanto un maelstrom, e come armi, usa pure la sfortuna e il senso di colpa. 
E allora come la chiudo... be', vi dico che è un buon libro da leggere per farsi un'idea della grama vita contadina tra mezzadri serventi e rapporti dell'agricoltura della pianura del nord del secondo dopoguerra. Poi certo... non ha, questo, il pathos che aveva Una questione privata, ma non per questo non ti lascia emotivamente provato, dopo la lettura.
E adesso niente, io provo a sistemare qualche vecchio raccontino, ascolto un po' di Radiohead e vado a prendermi due birre, anche se fa fredderrimo, e boh... sono un po' stufo del mondo, mentre il mondo non si stufa mai di me.

0 commenti
Etichette: , , , ,

"Il curioso caso di Benjamin Button" di Francis S. Fitzgerald***

Oggi avevo un pomeriggio corto e volevo fare una corsa ma:
1) mi è venuto mal di schiena
2) ci sono 5 gradi sotto
Tra l'altro le due cose sono collegate, mi sa, visto che mi ostino a non mettere un giubbotto con la scusa che tanto devo parcheggiare vicino.
E allora aggiorno un po' anche questo blog con l'ultimo racconto che ho letto, ad alta voce, e che era il libro del primo dell'anno.

Lo so, in pratica ho rotto la tradizione.
L'avevo rotta già l'anno scorso, e quest'anno l'ho rotta del tutto, non solo non andando al primo dell'anno a passeggiare al mare, ma comprando un libro che era di un autore conosciuto (pure tanto) di una storia che è pure conosciuta (con tanto di fascetta dal film famoso, che non ho visto) e di una storia che sapevo già non essere adatta alla meditazione, anche se non del tutto.

Ebbene... non importa. 
Alla fine sono stato contento di aver comprato (sì, cats, con tutte le centinaia di libri che ho, ne ho comprato uno) e pagato profumatamente 11.50 (ma con illustrazione e formato cartonato, anche se mini, ci può stare) questo racconto di Fitzgerald.

E vi dico subito una cosa: Francis Scott Fitzgerald, che se avete letto Gatsby ne avete apprezzato soprattutto il gusto del tragico, ecco, è uno tra i miei scrittori ironici preferiti.
Ho letto infatti questi racconti, e ora con BButton, si conferma, in certi frangenti, scrittore capace di cogliere le contraddizioni assurde del reale nel surreale costruendo situazioni inverosimili che mostrano la nostra superficialità e in nostri preconcetti. Capituncazz? Nonimport. Io ho capito.
Insomma... è satirico, Fitzgerald, e mentre io mi vado ascoltando Edda, il vecchio Edda del 2014, che satirico non è manche per un cazz, penso che sono due modi diversi di criticare le false rotondità della società bene, quella che non può accettare la diversità, a meno che non sia una chiccheria.

Ecco che Button nato vecchio non va bene per nessuno e viene insultato, ma appena fa figo avere un uomo di cinquantanni, per una di 18, ecco che tutto va bene, soprattutto se poi costui ha i soldi.

Ma non è solo un racconto su questi aspetti, ma è un racconto sulle età, su come si gestiscono e si rapportano. Forse pecca un po' di stereotipo, in certi passaggi, ma resta un racconto riuscito. Piacevole da leggere soprattutto nella prima metà, dove è ironico, mentre nella seconda sappiamo che la direzione è il nulla, si diventa sempre più malinconici. Non dico tristi, ma malinconici sì.

E direi che non mi perdo in altre chiacchiere, se non dirvi la storia di Button, che nasce vecchio e poi ringiovanisce fino a tornare piccolo. E se non dirvi che questa edizione della Donzelli è munita di illustrazioni di Carl Brown che non mi hanno soddisfatto, a dire il vero.
Poi tra l'altro, quando capirò perché non metto le illustrazioni nelle pagine dove si parla realmente di quella illustrazione e non due pagine prima, beh, sarò morto.

Poi? Niente, basta così. Se volete del  bene ascoltatevi questa vecchia canzone dei Roots e della Baduh, che vi fa bene. Oppure i vecchi Outkast che fecero la canzone più bella del mondo di quell'anno lì che la fecero.

0 commenti
Etichette: , , ,

"Kobane calling" di Zerocalcare****

A dicembre (un po' per natale, un po' per compleannale) ho deciso di fare un regalo al mio prof de mate e yokai a cui sto scroccando tutti gli zerocalcari. 
Mi sembrava che non avesse questo, o almeno speravo, e infatti non lo aveva, e allora gliel'ho regalato, con l'obbligo, chiaramente, di leggerlo e poi prestarmelo.
E lui lo ha fatto e mi ha detto che è bello.
E io l'ho letto già e vi dico, sì, è bello.

E' di una bellezza diversa, dagli altri Zericalcare.
Prima di tutto perché è un fumetto reportage, e non solo un fumetto. E' evidente che assieme alle tavole e alle battute, o alla storia, ti deve raccontare anche delle cornici. 
Cornici di storia, di politica, di riassunti culturali e religiosi sulla situazione - però, ed è cosa che ho apprezzato molto, qui ci si è riusciti senza rendere mai pesante la cosa.
Lo ha fatto in due modi, il buon zero.
1 - avvertendoci semplicemente che sta per partire il pippone, e che se sappiamo già tutto (ma noi, della situazione in Siria, non sappiamo un cats) possiamo bellamente saltare. 
2 - scusandosi subito per i morti causati tra storici giornalisti e insomma, gente che ne sa, per farci capire in modo succinto e riassuntivissimo la situazione, che è complessa.

Ecco.
Detto questo, Kobane calling è un ottimo, ottimo libro. Riesce a restare in equilibrio, come faceva il primo Zero, tra il comico e il malinconico, cercando di non dare (troppi) giudizi di valore, anche se poi, è chiaro che l'Isis è il male (anche se un male misterioso e da conoscere, per giudicare) mentre i kurdi non sono il bene. Il bene non lo è nessuno. Però c'è qualcuno che prova a farne, di bene, e che prova a esserlo, il bene. 
E io penso che i questo mondo di analfabeti morali, funzionali, dell'anima e della misericordia, pronti alla cattiveria, alla rabbia e alle finte ragioni, ecco... fa bene vedere della gente che fa del bene. E non sono tutti curdi, non sono tutti cristiani, non sono donne che combattono, i soli dalla parte giusta. 
Quindi, mentre ti fai due risate, mentre pensi alle lenticchie a colazione, o ti sale l'odio per Erdoan, per i turchi ma non tutti i turchi, per ogni tipo di polizia, per ogni tipo di dogana, e di ingiustizia in generale, ecco, tutto questo è leggero. Non c'è rabbia, mista e questo reportage. 

Alla fine, ed è altro aspetto che io ho apprezzato, è quello di fondere Rebibbia e l'Altrove. 
Intese, queste, come due entità. Nel senso che Rebibbia è un po' come se fosse la provincia della città di Roma, nel senso migliore del termine, quello che è provincia delle piccole città, tagliate fuori da certe cose, certe idee di massa, da certa altolocatezza che hanno i cittadini. E non solo perché Zero lo vedi che ti salta fuori dai centri sociali, ma perché quello de Rebibbia è un mondo ancora per certi versi non contaminato, che si può permettere di andare a Kobane e dire, alla fine, che no, col cazzo che vorrebbe viverci, ma il buono, il bello di Kobane, è quel buono che sopravvive ancora in certe nicchie della provincia. L'Altrove è il mondo. Il mondo che dovrebbe esserci e vorrei ci fosse. Una cosa fatta di tolleranza, di quiete, dove star bene e star bene tutti.
Ecco... quell'altrove per ora, o almeno, un anno fa, è a Kobane, o meglio, nella terra che i Kurdi stanno cercando di strappare all'Isis e alla Turchia per farci un posto migliore, dove eliminare le menate di religione e di disuguaglianze e farsi un po' ognuno i cazzi propri lasciandoli fare pure agli altri. Che poi sarebbe il mondo che vorrei pure io.

Insomma... Avete capito dai. Kobane calling vale la pena, se non altro per dare un chance al vostro cervello di aprirsi in modo bello, imparare cose, farsi due risate, e guardare il mondo con occhi migliori. 
Per quanto mi riguarda, adesso devo obbligare il mio prof a comprare XII che è naroba sugli zombi, e quindi ecco... ora glielo scrivo, così poi mi leggo quello.
Poi ho anche visto che esce uno o forse è già uscito con il Secco protagonista, e mi manca anche quello degli accolli. Una cosa alla volta dai... 


2 commenti
Etichette: , , ,

"Dimentica il mio nome" di Zerocalcare****

Breve. Breverrimo sarò.
Ho letto anche Dimentica il mio nome, e in realtà ho già letto anche Kobane. Ma questo mi è rimasto indietro e due righe le voglio dire.
Non solo quelle del non tutti sanno che.
Tipo non tutti sanno che è libro dell'anno 2014 per Fahrenheit, e che s'è pure piazzato al premio strega gggiuovani. Kissene, direi.
Mi piace dire altro.
Che mi è ripiaciuto di più per deformazione mia.
Perché è un libro del fantastico, e per chi scrive di fantastico, come facevo un tempo, beh, piace leggere le cose di fantastico, quelle dove si interseca col reale, che non sarà ma potrebbe essere.
Ecco. 
Qua la storia è di quelle, e per la prima volta dai precedenti, pur rimandendo nell'estrema biografizzazione delle cose, la sceneggiatura va oltre e racconta una storia.

Si parte dalla nonna. 
Le nonne muoiono e non è mai una bella cosa, e non si sa bene che fare, ma certe cose, tipo la casa vuota da rovistare per cercare cose che servono, ecco, bene, insomma... si devono fare, e la storia parte da lì. Perché è una nonna misteriosa, quella di Zero, e non solo perché è francese, che si sa, mica è una bella cosa, ma perché ci sono buchi, nella storia passata, che uno non si è mai chiesto niente. E Zero, con l'immancabile Secco, personaggio come al solito riuscitissimo, comincia a farsi domande, flashback, pensieri... si chiede cose. Finché salta fuori persino una volpe che parla. 
Ecco... avete capito perché è fantastico. 

All'inizio, dopo aver letto gli altri lavori, ci resti un po' strano. Ti aspetti oramai uno Zerocalcare che ti racconta la vita (la sua) a modo suo facendoti accorgere che è anche la tua, oppure, se non lo è, è raccontata bene e ti piace. Qua il raccontare resta, ma c'è una storia, della suspense, i soliti personaggi che fanno le controfigure, e ci sono cose che Zero è bravo a nascondere al lettore, come nei libri belli, quelli che a un certo punto ti fanno fare "Oh" (no, scemotti, non intendo povianamente) e io l'ho fatto "Oh" un paio di volte. Ed è stato piacevole.

Insomma, la faccio corta e la finisco qua. 
Gli Zero sono fumettoni grossi (qua siamo a copertona di cartona e formato grosso e molto variopinto) ma rispondono e ripagano. Potrei dire, e ne sono felice, che è un po' come, con questo libro, quando hai esaurito lo slancio iniziale di cose che hai da raccontare e ti chiedi - ho altre storie da aggiungere? - e sì, la risposta è sì, ho storie buone, che possono fare ridere e pensare.
Poi certo... è un fumetto di formazione, eh, intendiamoci. Sul diventare grandi superando il piterpanesimo estremo, ma poi pur senza diventare grandi davvero. Restando deboli. Perché senza mamma tutti lo siamo, e lo siamo per sempre. E boh, basta così. Ho da fare la doccia, spaccare ancora un po' di legna, e rivedere altre cose prima di mangiare uno degli ultimi pasti prima del tornare essere umano. E niente... dai. Questo è quanto, per oggi.
E siccome è da tanto che non vi lascio cose da sapere e condivido cose belle, oggi vi dico di guardarvi tutte le performance da Jimmy Fallon con le cose giocattolo e i roots.
Tipo questo di adele, o insomma, questo, o mariah, o i metallica che l'han buttata in caciara e fa tanto ridere.

2 commenti
Etichette: , ,

"Il grande ascensore di cristallo" di Roald Dahl****

Dopo aver preso la decisione di non scrivere e non leggere più, non so perché aggiorno il blog. Anzi... a dire il vero non so nemmeno perché ho letto questo libro, visto che non avrei dovuto.
Manco è mio.
Ero in giro per il mondo altrui, curiosavo, l'ho pigliato in mano, e boh... lo porto via, mi son detto. Ancora non ero caduto in paranoia col troppo lavoro, e pensavo ancora che, dopo aver letto i fumetti di Zerocalcare, qualcosa avrei ricominciato a leggere.
Ero ancora in buona fede, insomma.
Poi no.
Ero andato per restituirlo. Tanto non leggo più. E mentre mi bevevo la birra ho buttato l'occhio sulle prime due pagine, poi tre. E niente... potere di Roald Dahl e delle storie per bambini senza fronzoli e senza menate. 

Perché c'è una cosa che ti viene in mente se leggi cose come queste, di Dahl. Forse ancor più che con La fabbrica di cioccolato, di cui questo, come tutti saprete, è il seguito. E quando dico il seguito, intendo proprio il seguito.
Se vi ricordate, la Fabbrica del buon Wonka era stata donata al buon Charlie che l'avrebbe mandata avanti con la sua family, e si era lì, a casa sua, con l'ascensore di cristallo che era un macinino stranerrimo che sfondando il tetto della fabbrica era volato fino in città.
E insomma... Torniamo alla fabbrica, dice Willy Wonka, e torniamoci tutti, Charlie, genitori di, nonni di, per tre quarti, se ben ricordate, allettati e rompicoioni. E insomma... si parte, bum! Via!
Due pagine e sei in orbita, sia nella storia, sia nel suo raccontarla.

E lo si legge tutto fino alla fine come treni, devo ammetterlo, perché è una semplicissima avventura, in cui c'è quella cosa che vi dicevo, che vi viene in mente. Quella cosa è la Fantasia. 
La Fantasia con la F grande, di quelle che non hanno bisogno dei perché. 
E così ben presto incontrerete un presidente degli USA assolutamente folle, così come la sua tata. Incontrerete un hotel vuoto che fluttua nello spazio e gli extraterrestri, ovviamente, cattiverrimi. E tornano gli Umpa Lumpa, strani ed equivoci come al solito, e Wonka si conferma un eta beta moderno, sempre pronto a cavare dal cilindro una soluzione, e sempre a metà strada tra genio e follia.
Ecco... la Fantasia, insomma, ché troppe volte ci dimentichiamo così, e qui, invece, se non l'avete letto, vi sovverrà cos'è o almeno cosa dovrebbe essere. 

Per il resto, è Roald Dahl, con vicino i soliti riconoscibilissimi disegni di Quentin Blake e con al servizio, per le filastrocche soprattutto, un gran bel traduttore.
Io vi voglio lasciare due pezzi, e perderò tempo a scannarli, per farveli leggere, perché secondo me fa bene leggere di queste cose. Il primo è quando il presidente degli USA, ottuso assai, escogita una delle sue soluzioni geniali. Peccato il problema fosse la guerra contro ferocissimi presunti alieni, mentre lui, inventa qualcos'altro. 
Ecco qua:


Fa ridere? A me tantissimo. E se non vi fa ridere siete delle brutte persone!
E poi ci sarebbe anche un'altra cosa che vi voglio mettere, la ricetta della Wonkavite, una roba fantastica, che non sono riuscito a fare a meno di condividere. Eccola qua, suvvia, che vi raddrizza la giornata.
E basta così, per 'sto libro, che magari vediamo di fare altre cose utili, oggi che non lavoro.
E voi leggetelo, Dahl, che vi fa bene. A voi e a chi vi starà intorno.


0 commenti
Etichette: , , ,

"Un polpo alla gola" di Zerocalcare****

Non c'è due senza tre, e questo dice che è il 2, e io ho letto prima l'uno, e poi ho letto il tre, e quindi per terzo il due. Chiaro no?
E okay, mi è piaciuto.
Assai. Suvvia. Direi che in ordine decrescente. 
Il senso di colpa, è il tema, o di polpa, dovrei dire, accondiscendendo al calembour del titolo, che okay, simpatico, ma insomma. Però il polpo alla gola è bello, quando va e viene fra le pagine di Zero, assalendolo e nascondendosi come fanno i sensi di polpa.
Io ne sono pieno, di sensi di polpa, ma poi mi dico boh, fanculo, vivo male, ma che tornino pure a trovarmi, che tanto son qua, e amen. Mi va bene tutto. 
E' il bello di vivere potendo perdere tutto, un po' come i morti.

Che non è come vive zero, o meglio, come ha vissuto da ggiuovane, e piccolino, nei confronti di una sua amichette de elementari punita al suo posto perché ha fatto lui la spia e non si seppe.
O non si seppie... sempre per restare in tema di... okay, okay, la smetto.
Anche qui, abbiamo le storie del blog. Le seconde, quando ancora non era un lavoro, quando ancora il blog lo lasciava respirare, e forse era più scanzonato, lo zero di questo Un polpo alla gola.

Vari tormentoni, molti che conosciamo, tutti noi che non usciamo vivi dalla nostra infanzia. "Scommettiamo?" chi non le ha mai fatte le cazzate, per quello scommettiamo, col conseguente Po-po-pollo che ognuno avrà declinato a modo suo.
Ci sono come al solito le cose bellissime delle impersonificazioni.
Da applausi David Gnomo, che fa la coscienza, e la sua Poiana punitiva.
Altrettanto i tre quaraqquaqqua di Cobain, Strummer e Che Guevara, eroi della giovane gioventù grungepunkomunistica, così come ci sono le belle cattiverie. Personaggi come il Secco, che tutti siamo coscienti che esiste, è evidente, lo conosciamo tutti. E non si capisce come si possa vivere a quel modo, eppure i Secchi esistono, esistono dappertutto.

E poi è un'ode alla sindrome da Peter pan, questo fumetto di zero, come tutti gli altri, mi sa. E non eterni bambini, che non cresciamo mai, non possiamo non apprezzare.
Ora stop. Vediamo se mi riesce di leggere un libro. Che ne so... l'ascensore di cristallo, tipo. :)

0 commenti