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"Cronache marziane" di R. Bradbury*****

Scopro proprio adesso, con un certo inutile e sciocco piacere, che il buon Bradbury, caro simpatico scrittore che ha cambiato un po' la vita di alcuni (scrittori e non scrittori) compie gli anni il mio stesso giorno.
Che cosa simpatica, vero?
Vabbè, non c'entra niente col post, ma voi che avete già letto i racconti iperfamosi del Ray già mi capite e concorderete con me sul gaudio legittimo nello scoprire questa cocompleannanza.
Dicevamo delle cronache marziane, quindi.
Ebbene... lassù vedete quattro stelline... già.
Voi non potete capire quanto ho pensato per togliere quella stellina che non c'è. Perché questo libro è bello, anzi, bellissimo. E non saprei nemmeno spiegarvi perché non riesco a vederlo come un libro da cinque stelle, forse una vaga disunità di fondo (assolutamente legittima, per altro, visto che la genesi del romanzo, che nasce come racconti e viene unito successivamente, costruendo qualche perla che permetta di legare tutta la collana.

In ogni caso poco cambia.
Io già lessi Fahrenheit451, senza mai aver visto il film truffauldiano, per altro. Mi piacque, senza dubbio mi piacque, ma la scrittura no. Soprattutto all'inizio, e non credo fosse colpa del traduttore, la scrittura di Fahrenheit mi sembrava vagamente ridondante e farraginosa. Bella, sì, ma non perfetta. Nelle Cronache marziane invece... beh... 'sti cazzi!

Mi è bastata la prima pagina ed ero già stregato.
Ci sono frasi, buttate là in mezzo ai racconti, che continuano a stregarmi tutt'ora.
Anche adesso che ve ne parlo mi viene voglia di andarvele a cercare, per trovarle e scrivervele. Tanto perchè vi rendiate conto di cosa non è la mediocrità.
Lo so...
Lo so...
Voi starete pensando: e adesso arrivi? Gnurant!
E vabbè, ok, io ci arrivo adesso, nella mia perenne e interminabile guerra all'ignoranza e alle cose che "dovrei avere letto e non ho ancora".
The martian chronicles era una di queste cose e ora non lo è più. E fun cool a voi che l'avete letto dieci o quindici anni fa, da piccoli, e ve lo siete goduto sono a metà.
Già, perché ci sono un sacco di modi per godersi questo Bradbury, e alcuni di questi, ne sono conscio, anni fa non li avrei apprezzati. Ma vediamo di venire al sodo.

Poco da dire sul libro. Il libro è famoso. Sono racconti che narrano la colonizzazione di Marte [ma potete scriverci qualunque altro pianeta o luogo ancora non esplorato dalla razza umana] da parte, appunto, di noi, bravi umani, con le nostre debolezze, manie, ideali, illusioni, cattiverie, pregi, difetti, ecc. che esporteremo sul nuovo pianeta.
I racconti sono per lo più autoconclusivi, anche se legati tra loro, spesso in modo impeccabile, da fili che li trasportano e li muovono, come una marionetta composta di altre marionette. Ci vuole bravura a muovere tutti i fili in modo organico, e Bradbury ce l'ha.
Dei racconti che dire. Ce ne sono alcuni di indimenticabili. Brani che ti affrescanoin testa un universo a suon di orizzonti ed emozioni.
Prendiamone un paio come esempio, dai. Tanto per.
Il primo, il racconto di apertura vero e proprio (anche poi sarebbe il secondo, formalmente). La famiglia marziana che vive marziano ma in cui riscontriamo una crisi matrimoniale umana. La moglie, docile, rassegnata, che rifletti su quello che ha e su quello che vive, chiedendosi se era quello che voleva. Il marito, adagiato, appoggiato, indolenti, che sopravvive, più che vivere. Il tutto dipinto dentro un marte in cui la fantasia galoppa, con immagini vivide, colorate, leggere, per citare Calvino. Il rapporto coniugale viene descritto attraverso i gesti, l'abitudine, i dialoghi e il paesaggio stesso. Questa casa marziana, sospesa, bella, esile e leggera, eppure... pian piano, venata d'angoscia, sottile. Anzi, vi lascio le prime righe, che io ho trovato perfette e leggerissime.

"Avevano una casa a colonne di cristallo sul pianeta Marte ai margini di un mare vuoto, e ogni mattina si poteva vedere la signora K mangiare i frutti d'oro che crescevano sulle pareti di cristallo, o ripulire la casa con manate di polvere magnetica, che, assorbita ogni sporcizia, si dissolveva sulle calde ali del vento."

Bello vero? Il mare vuoto, il dissolversi della polvere usata per pulire, il vento. Sì, sì, credo proprio che sia questa la prima frase che mi ha stregato.
Poi nel racconto c'è l'elemento che irrompe. I sogni della signora K, che vede il futuro, Nathaniel, l'astronauta, che atterrerà su Marte, e il marito, geloso, chiuso, ottuso, eppure giustificabile, sì, perché è così che si comporterebbe un americano degli anni '50 (e un italiano, of course). Ed è così che fa il marziano, difendendo scorrettamente il suo territorio, a costo di uccidere la meraviglia.
E il racconto fa male, anche se un male positivo.

Poi ve ne cito un altro, quello dove c'è il germe che poi germoglierà in Fahrenheit451. Il racconto è Usher II. La trama è semplice, su Marte un eccentrico miliardario spende il suo capitale per ricostruire in modo perfetto la casa degli Usher dei Edgar Allan Poe.
Automi e plastica, sono le chiavi che permettono questo miracolo. Perché lo fa?
Semplice, perché Poe è un autore proibito, i suoi libri non esistono più, tutto ciò che è fantastico è stato distrutto da un comitato apposito, e in questo delirio orwelliano ovviamente la casa è destinata a essere distrutta, rasa al suolo, subito dopo essere stata terminata su vergine suolo marziano. Ma... se quelli del comitato avessero letto Poe, forse sarebbe stato meglio... per loro, cari invitati alla festa di inaugurazione/demolizione.

Insomma, spero di averti reso l'idea. E ora, visto che mi va, anche le chiavi di lettura che ho scelto per la mia, che non si sa mai le vogliate far vostre.
Per me, le cronache bradburiane, trattano di diversità e meraviglia.
La prima è ovunque. Nel marziano contro l'umano e viceversa, e poi tra umani e tra marziani. Diversità nell'ambiente e nelle emozioni, diversità nelle superfici e nelle profondità. Come non ricordare l'incontro tra l'umano e il marziano in mezzo al deserto, in cui uno vede cose che l'altro no e viceversa. Vivono su due dimensioni diverse, due dimensioni del "cosa sarebbe stato se" in cui non si sa né si saprà mai cosa è stato veramente. Beh, quel racconto è una chiave per leggere tutto il romanzo.
La seconda, la meraviglia, è onnipresente. Meraviglia dei paesaggi, tanto per cominciare. Meraviglia marziana che gli umani coglieranno, sfrutteranno, distruggeranno; ma meraviglia che, pur sempre distrutta, resta, non abbandona il lettore e resta davvero preziosa e tangibile.

Poi certo, voi trovateci altre chiavi. Le più ovvie, quelle sociali, quelle ancora più ovvie e pessimiste, sulla natura umana, incapace come sempre di proteggere, creare e conservare bellezza. Sono indubbie le qualità sociali del capolavoro di Ray.
Ma a me piaccione le due che vi ho citato.
Meraviglia e diversità.

E ora basta panegirici al Bradbury che ho altro da fare :)
Un saluto

Ps. Ho sempre sostenuto che scrivere sul blog serve a me stesso, in primis, e se guardate lassù le stelline sono cinque, e non quattro. Beh, ci ho ripensato dopo queste righe. Questo libro se le merita tutte. :)

6 commenti:

  1. Nah.
    Il peggior libro di Bradbury (che adoro) che abbia letto...

    Ian

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  2. non mi porterai al dubbio caro
    a me è piaciuto un sacco
    ma proprio di brutto
    e poi il peggiore bradbury è "l'albero di halloween" fidati

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  3. Sì, insieme a quello, ovvio.

    Ian

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  4. Mi hai fatto venire voglia di leggerlo, porca zozza! Con la pila enorme di libri che attendono sul mio comodino!

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  5. Eh, ma magari tu appartieni alla stirpe degli Ian tipo di quelli che poi non gli ci piace... magari poi ti ho sulla coscienza
    magari leggiti in libbraria uno racconto di quelli brevissimi di congiunzione fra uno e l'altro
    ... :)

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  6. Io ho letto un'edizione che conteneva Cronache Marziane, Farenheit 451 e 20 racconti.
    Tutti splendidi.

    Mi domando perché mettere Klaatu sulla copertina del libro...
    Sarà anche stata un'edizione economica, ma è un po' come mettere Lestat sulla copertina del Dracula di Stoker. Mah.

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