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"Mostri per le masse" di Nino G. D'Attis****

Ma è possibile che un libro vi piaccia proprio tanto, pur senza capirlo tutto? Sì, decisamente possibile se del libro, alla fine, non c'è niente da capire.
Ci ho pensato dopo, quando ho capito che di questo libro mi piaceva tutto, eppure continuavo a cercare connessioni, perché, chiarimenti nella trama... come se la loro mancanza ne potesse sminuire l'impatto.
Invece no.
Sono stato stupido io a cercare un perché.
Il perché non c'è, non c'è una soluzione al caso, non c'è il serial killer da arrestare e catturare, e nemmeno il detective sugli scudi.
O meglio... queste cose ci sono, l'autore ce le ha messe, ma sarò sincero... è l'unica critica che mi sento di muovergli. E comunque ve la dico alla fine.

Partiamo dall'inizio, come sempre.
E per inizio in questo caso mi sento anche di spendere due parole sulla copertina. Bella cazzo. O devo dire icastica, come quelli fighi? No no. Meglio dire figherrima, ecco. E' di un tal Saturno Buttò, se vi può interessare. Fateci un giro che merita, sopratutto la sezione paintings. E se non ve ne frega una cazz di arte, ma siete dei porconi sadici andate lo stesso, che è pieno di patate .
Detto della copertina diciamo del libro.
Il libro, dunque sì... ha un pregio fondamentale: corrode!

La scrittura è qualcosa di acido, di sporco, di velocissimo. Mi fa venire in mente una serie di coltellate, ma piccole, di quelle che non si muore. Difficile spiegare, forse quasi meglio farvi leggere. Aspettate che vedo se trovo l'incipit da qualche parte.
Trovato. 
Era su scheletri, ahahah. Ci potevo pensare prima, visto che il libro me l'ha prestato il nano storpio e bavoso. :)
Eccovi l'incipit:

Rimini.
Metà mattina, mani assiderate, Ezio che ci mette un’eternità a venire giù.
Conto fino a cento.
Qualche linea di febbre.
Metto in funzione i tergicristalli aspettando la fine della scena.
Ezio già sborniato oltre misura, il colletto del bomber bianco di forfora ghiacciata e un alito tremendo.
Passi corti. Occhi bassi.
«Amico mio, tutto quel che mi serve ce l’ho già. E grazie tante.»
«Be’, davvero?»
«Ce l’ho già quello che mi serve, grazie al cazzo!»
Conto fino a centoventi.
Fuori dalla porta, scemo. Tanto la stronza tossica non abbandonerà mai il suo porcile.
Rimini, 10 febbraio 1994, ore dieci e quarantasei.
Niente pistola, niente pistola, niente...
Gli occhi chiusi.
Smetto di contare.
Smetto di vedere le cose come un rebus senza soluzione.
Silenzio rotto dalle gocce di pioggia sul parabrezza.
Mi cola il naso.
Poi lei muore.

Non dite che non vi ha preso, ché vi stacco i peli del naso a morsi. Ti prende davvero questa scrittura. Ti fa voltare pagina per sapere che succede e soprattutto come, succede. Ma se il come l'avete capito è bene che vi dica cosa succede in questo "Mostri per le masse", giusto?
Succede che c'è un protagonista, quello lì che parla. Che è un poliziotto sì, ma è quanto di più antieroico vi potete immaginare. Ed è reale... oh se è reale. Mi sono chiesto se D'Attis se le è prese, quelle sbornie, e se le ha provate, quelle droghe, perché sì, e se gli psicofarmaci, le sigarette, e le troie da scopare, sì insomma, se tutto quello schifo lo conosce così bene perché ha fatto tante ricerche o perché bisogna provare tutto. :) 
Ma tornando al nostro Graziano Vignola, e alla Roma sporca e marcia in cui si muove, capiamo subito che è un uomo alla deriva e che in passato lui e Ezio, sì, ne hanno combinate, e se ti fai l'idea che Ezio era meglio (cioè, peggio, dal punto di vista della morale) quell'idea te la scacci subito, perché c'è marcio nel marcio. Voglio dire, tanto perché non vi facciate dubbio alcuno su quanto nero trovate in questo lavoro, Graziano ed Ezio facevano fuori la gente anche alla cazzo di cane, amici o meno che fossero. Tanto poi si insabbia, tanto sono poliziotti, tanto è l'Italia... E sì, è l'Italia lo pensi più volte, perché la vedi proprio, in questa Roma che marcisce ma è tutt'altro che morta. 
E poi c'è la storia. Ci sono le ragazze morte. Chi le ha uccise? E perché? 
Serial Killer?
Voltate l'ultima pagina e prima di venirvi in mente questa parola ve ne verranno altre mille.
No. Non è un thriller da serial killer. Non lo è proprio.
Sì, la vicenda, l'indagine, tutto c'è, D'Attis ce l'ha messo, ma se fosse stato per me era meglio che non ce li mettesse. Anche perché ho detto che non l'ho capito tutto, il libro. Ed è vero.
Ma per capirlo quanto basta gli strumenti sono anche troppi.
Arrivano i due personaggi alla fine, che D'attis te li descrive quasi didascalicamente. E non mi è piaciuto questo. Nessuno dei due mi è piaciuto. Due macchiette messe lì alla fine per risolvere il caso, dare un colpevole e molti non colpevoli. Lasciarti un Graziano vivo, certo, visto che ci ha raccontato la storia. Un Ezio che c'è senza esserci, costruito da analessi. Una serie di poliziotti e troie e delinquenti e drogati che sono persone andate a male. Mostri per le masse forse e più di Graziano.
Alla fine solo le ragazze morte non hanno un lato negativo. E solo perché sono morte prima di raccontarcelo.
Insomma, se vi capita di leggere questo libro. Se vi piace uno stile nuovo e fresco, se vi piacciono i quadri espressionisti e cupi, se volete pennellate di rosso e di nero, e uno sguardo di chi disprezza ed è parte del disprezzo, come quello in copertina, beh, direi che ve lo dovete leggere. Però attenzione, vi prego, non mettetevi lì a rovinarvelo cercando di capire chi è che fa cosa e perché, non cercate di capire il colpevole. Sennò ve lo rovinate.
Leggetelo come se guardaste un quadro, questo libro.
Uno Schiele sotto acidi in trip cattivo, Ecco.

Vi lascio il booktrailer visto che mi è capitato googlando.
E vi saluto per qualche giorno, che vado a pasqualeggiare.

1 commento:

  1. L'ho letto un bel po' di tempo e non ricordo se alla fine un po' di cose le avevo capite o era tutto caos incondizionato, però sono proprio d'accordo, che con quello stile lì D'Attis ti fa proprio voglia di divorare le pagine.

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