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"Che fortuna essere orfano!" di Sholem Aleichem***

Vi parlo di questo libro, che ho terminato qualche settimana fa, e ci sono un paio di cose che mi ci portano, quasi per caso.
Pensavo, cosa numero uno, che venerdì - dopodomani - presenterò il libro di Simone (Marcuzzi), alla Feltrinelli udinese, e pensavo che "Che fortuna essere orfano" di Sholem Aleichem [uno di quelli senza isbn] lo comprai proprio a una presentazione.
Sono una strana cosa, le presentazioni di libri. Per lo meno alcune.
Zappa diceva che parlare di musica era come ballare d'architettura, e poco fa, aggiornando il blog in friulano, mi è venuto da pensare che parlare di un libro è un po' come leggere la mano a una serpe.
Okay, detto su un blog che per lo più vi parla di libri, potrebbe sembrare strano, ma non lo è.
A me piace parlare di tutto quello che sta intorno, al libro, prima, durante e dopo la lettura. Faccio sempre un po' fatica, e cerco di ridurre al minimo, la parte che vi racconta della trama o che cerca di fare da etichetta.
E sempre perso in queste riflessioni, pensavo che è proprio ciò che una presentazione dovrebbe fare, per non essere tediabonda: parlare di ciò che sta intorno, al libro.
Ecco, la presentazione a cui lo comprai, organizzata a Udine, l'anno scorso, con un euforico e dirompente Ettore Bianciardi in trasferta, era una di quelle a cui valeva la pena, non noiose. Si vedeva la passione del traduttore per la sua opera, il piacere di raccontare un lavoro a cui si è dedicato tempo e fatica e che si crede si meriti la diffusione.
Insomma: la passione è l'ingrediente che rende buone le cose, e in questo libro ce n'è.

La cosa numero due, riguarda Saramago. Sto leggendo "Il vangelo secondo Gesù Cristo" e anche se sono a pagina 30 ci sono cose che mi resteranno addosso per sempre. Non sono religioso, ma non ho mai disconosciuto il potere della spiritualità, nè mi sono mai sognato di dileggiarlo. Certe cose hanno valore, indipendentemente dai contorni umani. E in questo libro lo si vede tutto, questo valore, ed è impossibile non lasciarsi irritare, non lasciarsi quasi trasportare dalla supponenza di noi agnosti civilizzati, che quando vediamo la sottomissione femminile degli ebrei c'incazziamo e poi tolleriamo porcherie antifemministe come twilight o giustificiamo il puttanaggio diffuso. 
Ed ecco che molta ebreitudine, molto kosher non-kosher, molti sorrisi sarcastici e molta faccia tosta, li si trova proprio qui, in questo libro del Rabbino Sholem Naumovich Rabinovič, nato in Ucraina e morto a New York, che ci racconta la storia di un viaggio di un bambino ebreo fratello minore orfano di nove anni, Motl, il piccolo Motl, il figlio del Rabbino cantore Peisi, di cui rimane orfano.
E il sottotilo, infatti, parla proprio di "Un bambino ebreo dai Pogrom all'America".

E' la prima persona di Motl, infatti, che ci racconta della sua famiglia, mamma e fratello maggiore, e di tutto il suo villaggio, e di come siano spinti, da quelle che saranno le persecuzioni, ad imbarcarsi per New York. Ma se pensate a un libro che fa piangere, o storico, o noioso, vi sbagliate.
Mai, ma proprio mai, l'autore esce dagli occhi del bambino, e ogni cosa è trasfigurata dalla visione ingenua e pura di Motl, che solo raramente viene sfiorato dalla tristezza, e che - com'è giusto che sia per un bambino - soffre di più per la macellazione del suo bue, piuttosto che per la morte del padre.
Motl non vede, il dramma che lo circonda, e lo filtra per noi lettori, che solo a sprazzi intravediamo l'orrore. 

Perché per la maggior parte delle pagine si ride, seguendo le marachelle che combina Motl. Mi ha ricordato, soprattutto, anche se è un paragone irrispettoso, le pagine più ridanciane di Giannino Stoppani, il nostro Gian Burrasca, anche se quelle che combina il nostro piccolo protagonista non sono marachelle, ma piccole furberie e ingenuità fatte senza cattiveria, ma che spesso gli costano fior fior di botte, dal fratello maggiore. Oh, certo, a patto che qualcuno non intervenga vietandogli di picchiarlo, perché no, gli orfani non si picchiano, e allora che fortuna essere orfani!

Poi, certo, un bambino di nove anni vi ripete sempre la stessa cosa, magari girata in modo leggermente diverso, e quindi dovete concedere a questo lavoro una certa ridondanza (voluta), che a un certo punto vi appesantisce la lettura, ma che è solo per una manciata di pagine, perché poi, voi, volete sapere cosa succede, a Motl e alla sua famiglia. Eppure no, non lo saprete. Non lo saprete perché l'autore, nel 1916, muore, e il libro è incompiuto, ma questo non è un problema. Non c'erano misteri da svelare: c'era solo da accompagnare un bambino nella terra delle grandi occasioni, e fin là, tranquilli, ci arriva.

Che altro dire?
Ah sì, che il libro vi regala un bel po' di cultura su un paio di cose: l'yiddish, inteso come lingua e come abitudini di vita. Imparerete un po' di usanze dell'ebreitudine ortodossa, soprattutto dalle note, se magari, come me, ne sapevate poco della lingua inventata nel 1000, beh, ne saprete qualcosa di pi.
Tra l'altro, non dovete nemmeno comprarlo. Se volete assaggiare si scarica in pdf dal blog di Bianciardi, dove potete leggere anche il suo entusiasmo, che non fa male.

3 commenti:

  1. Interessante, molto interessante.
    Il mondo che ruota attorno alle tradizioni e usi ebraici mi affascina molto, forse per via di un certo cinema che lo ritrae, secondo me, con un tipo di affetto e comicità che lo rendono "familiare".
    In realtà non ne so niente e mi farebbe proprio piacere leggere questo libro. Mi industrierò.

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  2. si vuoi lo porto allo gnomo putrebondo che te lo porta poi tu lo leggi poi tu lo ridà a gnomo putrobondo che lo ridà a me e nel giro di un anno abbiamo fatto :)

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  3. Dovrò leggere molto in fretta allora... ci sto! :D

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