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"Rapimento in famiglia e altri racconti" di John Fante***

Sabato mattina - spiaggiato e sonnobondo - mi sono letto i 5 racconti di John Fante
Che dire... belli. Gradevoli. 
Un buon modo per ricordarsi, anche in 5 brani così piccoli, (79pagine a maglie larghe) due delle caratteristiche di Fante, che è difficile non apprezzare, se uno ha un minimo di gusto letterario.
Ironia e tragicità, riassumendoli.
Ironia e tragicità da mescolare al collante di tutte le sue righe: l'ingenuità.
E occhio, intendo ingenuità nel senso di purezza, di sguardo bambinesco, di visione limpida e dissacrante delle cose, anche le meno allegre, che Fante riesce a mantenere in tutte le sue righe.
Ed è piacevole, ti lascia un buon sapore, a fine lettura.

Dei quattro racconti, il primo - Un rapimento in famiglia - che dà il titolo alla raccolta, è il più breve, ma consegna già tutti i temi dei successivi. L'emigrazione nella New York di Little Italy, degli emigrati di prima generazione, il non-parlare inglese, l'orgoglio dei padri vs la vergogna dei figli e soprattutto, la famiglia. Alla fine, il filo rosso che sembra quasi viaggiare sopra tutte le storie e le sensazioni, è questo senso di famiglia che spicca da quello americano. Qualcosa di si trova a tratti ridicolo, simpatico, sfiorando il grottesco e poi passando al tragico. 
La prima persona, non a caso, lega tutti e cinque i racconti, ma nel primo, forse, è così azzeccata da trascinare, dentro i ricordi di un bambino e della foto in cui sua madre è una principessa e - subito dopo - della parata di San Rocco, dove lei e il padre si sono conosciuti. Raccontino che è un piccolo gioiello, mi sa, perché mi è rimasto proprio addosso.

Forse più dispersivo il secondo - Muratore nella neve - dove però si disegna il ritratto del padre di John Fante, che è davvero un emigrato coi fiocchi, in quanto a sfaccettature e personalità.

Più giovanottesco il terzo racconto, dove di nuovo la famiglia torna alla ribalta, con il giovinotto ladruncolo, sul crinale per diventare un gangster, e il padre che lo riempie di botte, ovviamente, e la madre che no, suo figliolo non può aver fatto ciò, e glielo canta in una canzonetta scema.

Gli ultimi due sono più profondi, più agro e meno dolci. Con "L'odissea di un wop" capirete perché per i figli di emigrati della prima generazione quel termine era un insulto e dei peggiori, e vivrete con rabbia impotente l'incapacità del protagonista di andar fiero delle sue radici. Nell'ultimo, Casa, dolce casa, forse il più maturo e complesso, stilisticamente parlando, Fante usa un futuro per raccontarci un passato, lasciandoci l'amarezza di una storia conclusa. Usa la struttura "Adesso andrò a trovare la mia famiglia e succederà questo questo e questo".
E si ride, anche, ma è sempre un riso triste, come di un albero sollevato a forza dalla sua terra che sbatte in aria le sue radici. 

Insomma. Gradevole scelta, questi racconti di Fante. Saggio anche l'ordine e mi piace parecchio anche la copertina. Dopo il passaggio a vuoto di Sepùlveda - che però probabilmente è piaciuto ai più - si torna su un ottimo livello e per chi non conosce Fante, questo è un assaggio perfetto.

3 commenti:

  1. Il buon Fante è stato praticamente riscoperto negli ultimi anni, dopo che per millenni non se l'era cagato nessuno.
    Io in questi giorni (sincronicità?) sto leggendo CHIEDI ALLA POLVERE. Ti farò sapere le mie impressioni.

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  2. Io invece mi ci sono misteriosamente arenata e l'ho restituito al mittente senza finirlo :-(
    gloria

    (parlo di Chiedi alla polvere)

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