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"Limonata e altri racconti" di Raymond Carver*****

Carver, dopo Kafka, era uno dei volumetti che avevo già letto, però, un paio di domeniche fa, comprandolo, mi ero già detto che l'avrei riletto molto volentieri, anche se da non molto ho avuto il piacere di godere di America oggi, che ricordavo bene contenere Limonata, la poesia-racconto di Raymond.
Ed è proprio da questa raccolta altman-oriented che vendono i tre racconti utilizzati per i Racconti d'autore del Sole 24 ore (a proposito, bello il blog che vi ho appena linquato) e quindi, me li ricordavo.
Tuttavia non ho resistito, anche se leggevo altro, in quel giorno, a buttare un occhio alle prime righe, mentre andavo dal giornalaio alla spiaggia.
Eccovele:
A diciott'anni, quando Ralph Wyman stava per andarsene di casa per la prima volta, suo padre, direttore della scuola elementare Jeffersone tromba solista nella banda ausiliaria dell'Elks Club di Weaverville, gli rivelò che la vita era una faccenda molto seria, un'avventura che esigeva, in un giovane che si affacciava al mondo, doti di forza e risolutezza; non era un'impresa facile, si sapeva, ma nondimeno valeva la pena affrontarla, a detta del padre di Ralph Wyman che ne era del tutto convinto.
E dopo aver letto questa prima frase, così carveriana, così elegante, così scorrevole pur nelle sue ripetizione, ho chiuso il libretto e mi son detto: cazzo. Anzi, credo proprio di averlo detto. 
Ecco perché, nell'altro post, dove Ferruccio diceva che io prendo per il culo un po' tutti ma di Carver parlo con deferenza, ecco, temo abbia ragione.
Io sono perfettamente conscio che Carver possa non piacere, forse annoiare, e forse non dare molto, a chi cerca un tipo di narrativa, forse più appariscente e vivace, o semplicemente meno splendidamente decadente. Però, trovo molto difficile, per contro, che uno che scrive non apprezzi i racconti di Carver.

Prendete questi tre brani. Sono famosi, per altro.
"Vuoi star zitta, per fare?" è stato pubblicato un po' ovunque ed è uno di quei racconti che definiscono perfettamente l'autore e il suo microcosmo, i suoi personaggi. Americani, fumatori, imperfetti. Sembrano quasi tutti così, i suoi uomini e le sue donne, alle prese con la vita quotidiana, immancabilmente rotolante verso la decadenza. E' uno di quei racconti in cui Raymond riesce nella sua abilità principale: raccontare una storia quando non c'è una storia da raccontare.
Ecco, forse è quello che gli conferisce il potere della rilettura.
C'è chi il potere della rilettura, i più, lo trovano nella densità, nella difficoltà, nella quantità.
Per farvi capire, un Calvino o un Borges, mantengono intatto il loro potere di rilettura per motivi di densità. Sono righe così dense, le loro, che se le rileggi cogli sempre dell'altro, del nuovo.
Libri come il Signore degli anelli, invece, gioca la carta della quantità. Certo che lo rileggi volentieri, se ti è piaciuto e te lo sei dimenticato, visto quanto è tanto.
Ecco... Carver riesce a farsi rileggere senza giocare nessuna di queste carte.
"Vuoi star zitta, per favore?" ricordo di averlo letto 5 o 6 anni fa, poi quando ho letto america oggi, poi due settimane fa. Ecco, mi è piaciuto sempre allo stesso modo. Anzi, in crescendo, perché tempo fa, la bellezza di un incipit come quello sopra non l'avrei colta come l'ho colta ora.

Comunque, tanto per chiudere, il secondo racconto è Jerry, Molly e Sam, con un uomo, spostao con figli, e cane, e amante, e vita che non va come vorrebbe, perché non riesce a venire a patti con se stesso, che decide di cominciare a risistemarla, la vita, e comincia dal cane.
Dal cane, sì, una cagnetta che intende abbandonare. Che meschino, eh? 
E il racconto fa proprio questo: vi tuffa nei panni di questo uomo meschino. E questo uomo meschino, durante il racconto, siete voi, diventate voi, e se siete voi, vi assicuro che cominciate a pensare di non essere poi tanto meschini.

Terzo racconto è un pezzo fantastico, che ho sempre adorato. Un uomo allo sbando è in casa, porte chiuse, sul divano, non fa niente. Ogni tanto arrivano i creditori, lui non gli apre, di solito.
Sta lì, e fuma. 
E un giorno arriva un piazzista, un venditore di aspirapolvere. Ed è come uno specchio. La decadenza di uno si specchia in quello degli altri. Alla fine, vi resta un senso di vuoto, di sconfitta, che si fatica a toglierselo di dosso. E i dialoghi sono splendidi. Carver qui usa il discorso diretto, niente caporali o trattini, e utilizza molto il verbo dire, però invece di renderlo un corpo estraneo lo fa diventare parte del racconto, sempre quasi che i suoi "dire" abbiano i toni e le sfumature dei personaggi.
Aspettate, dai, oggi sono buono e vi lascio qualche riga:

Hanno bussato di nuovo e io ho detto: Chi è?
Sono Aubrey Bell, ha risposto una voce di uomo. Lei è il signor Slater?
Che cosa vuole?, ho gridato senza muovermi dal divano.
Ho qualcosa per la signora Slater. Ha vinto una cosa. La signora è in casa?
La signora Slater non abita qui, ho detto io.
Be' comunque, lei è il signor Slater, no? ha detto lui.
Signor Slater... e giù uno starnuto.
Mi sono alzato dal divano. Ho tolto il catenaccio e ho aperto un poco la porta. Era un tipo anziano, grasso e infagottato dentro l'impermeabile. L'acqua gli scolava giù per l'impermeabile per gocciare su una complicata valigia che aveva in mano.
Ha sorriso e ha poggiato a terra il valigione. Mi ha teso la mano.
Piacere, Aubrey Bell, ha detto.
Non ci conosciamo mica, ho detto.
La signora Slater, ha cominciato a dire. La signora Slater ha riempito una scheda. Da una tasca interna ha tirato fuori un mazzetto di schede e le ha sfogliate una a una. Ecco qua, signora Slater, 225, South Sixth East, giusto? Be' la signora Slater è una vincitrice nata.
Si è tolto il cappello e ha annuito solennemente, poi lo ha sbattuto contro l'impermeabile come se non ci fosse nient'altro da aggiungere, la corsa finita, il capolinea raggiunto.
Poi è rimasto in attesa.

Allora? Piaciuto?
A me sì, parecchio. Anche adesso, rileggendolo per scrivervelo, ho riapprezzato quel "ha cominciato a dire" così carveriano e strano, visto che poi, il personaggio, le cose le dice e a rigor di logica non sarebbe servito mettercelo. Eppure c'è, e ci sta benissimo.
Insomma, è vero. Carver non lo riesco proprio a prender in giro. :)

12 commenti:

  1. uhm. non ho mai letto Carver. credo che lo infilerò immediatamente nella lista delle 'cose da leggere assolutamente, senza nessuno intorno e nel silenzio più assoluto'.

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  2. Niente di intelligente da dire, ma volevo fare presenza, perché è Carver.
    (Maledetto lui... come cacchio farà...)

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  3. @la leggivendola
    sì, confermo che il silenzio è un buon contorno, per carver
    e magari leggilo con voce maschile, secondo me è più adatta

    @michela
    azz... questo è un commento figo!
    lo userò anch'io, consideralo rubato!

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  4. Bravo...
    e riesci a convincere chi legge i tuoi post.

    Carver piace molto anche a me:-)

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  5. Will you please be quiet è il titolo della raccolta originale. E in originale lo avevo aquistato in un momento di autostima la mia prima volta a New York, due anni fa. Naturalmente fu subito abbandonato: un conto è farsi capire al ristorante, un altro cogliere le sfumature di Carver in inglese.
    Ieri, usando un buono fedeltà, me lo sono ricomprato. In italiano.
    Ieri sera me lo sono gustato.
    Cosa aggiungere alla tua entusiastica recensione?
    Beh: la freschezza dei dialoghi con gli- E lui, E lei. Inoltre le scene nei bar sono degli autentici quadri di Hopper.
    Insomma: grazie.

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  6. Non posso che concordare. Un gigante.

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  7. Però, trovo molto difficile, per contro, che uno che scrive non apprezzi i racconti di Carver.

    Sarà per quello che un blogger che conosco aveva ri-titolato una selezione del Pushcart Prize (il premio per i racconti pubblicati nelle riviste universitarie e pubblicazioni indipendenti) "Where's Raymond?" dicendo che avrebbero potuto rendere le cose più interessanti inserendo una storia di Carver e invitando il lettore a individuarla in mezzo ai cloni.

    quel "ha cominciato a dire" così carveriano e strano,

    così inventato dal traduttore - in inglese c'è un semplice began che non ha nulla di particolarmente strano.
    Per cui, riprendendo il nostro vecchio discorso, se tu cerchi di capire non cosa significa ma "perché un autore ha usato un'espressione piuttosto che un'altra, quando ha usato l'aggettivo x piuttosto che y z k s"
    se leggi in lingua originale prima o poi la sensibilità per capire queste cose la sviluppi, se leggi traduzioni in italiano analizzi le scelte del traduttore.

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  8. @marco
    sì, nulla puote dire io sulle tue considerazioni
    in effetti
    e tu ragione da vendere hai
    ma che ci vuoi fare,
    son pigro e razionalmente limitato rispetto al tempo... :(


    ps
    però il began almeno è messo lì in mezzo alla frase? giusto?
    non è che è alla fine e il traduttore me lo ha spostato in mezzo al discorso diretto?
    sennò allora è meglio non sapere :)

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  9. E' in mezzo (come i vari said).
    Ma non è una struttura strana o innovativa in inglese.

    Mrs Slater, he began. Mrs Slater filled out a card.

    Inoltre in inglese l'uso del said nei dialoghi è la norma, e non viene percepito.
    E' in italiano che di solito gli ha detto o disse vengono tagliati, eliminati o variati con altri verbi, perché la ripetizione si sente molto di più.

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  10. grazie.

    io comunque trovavo carveriano anche questa cosa
    del "began" invece del said
    nel senso che anche in italiano mi verrebbe da usarso - e di solito lo si fa - quando poi la frase viene interrotta (da un evento o dal discorso altrui).
    Ora, indipendentemente dalla lingue, in Carver avevo notato spesso questo modo di inframmezzare un discorso, perché è vero che "he began", ma poi la frase va avanti e finisce, non viene interrotta.
    Comunque grazie
    sempre prezioso.

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  11. Ma infatti lui si interrompe, e riparte ripetendo Mrs. Slater una seconda volta.

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