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"La strada che va in città" di Natalia Ginzburg****

Ordunque, vediamo di smaltire intanto questi libretti della serie "Racconti d'autore" che si stanno rivelando sempre più gustoso stuzzichino letterario.
Soprattutto per gli ignorantoni come me, che da piccoli disegnavano, da medi cazzeggiavano, e da giuovani patatavano, dimenticandosi di leggere le cose che avrebbero dovuto, tipo Lessico famigliare, ecco, agli ignorantoni come me, la lettura di un racconto lungo di Natalia Ginzburg, fa un gran bene.
Un gran bene perché questo "La strada che va in città" è un racconto di un'ottantina di pagine, leggere leggere, (anche se di una leggerezza saporita, rurale e paesana, che avvolge fortemente, chi non è nato e vissuto sempre in città) che riesce a dare - mi sembra - una buona immagine della cifra stilistica e dell'autrice e della sua densità di pensiero.

Quando ti appresti a leggere un racconto di una autrice che è moglie di Leone Ginzburg e condivide, tra il 40 e il 43, il confino in Abruzzo e, soprattutto, si ritrova a pubblicare sotto pseudonimo per le leggi razziali, diciamo pure che ti aspetti qualcosa di pesante
Di pesante nel senso di denso, di forte, di aspro, come se magari, scrivendo, non si riuscisse a depurare la vita narrativa dalla vita intorno a essa. 
Invece la storia di Delia, e dei suoi amori, e del suo matrimonio riparatore, e del suo carattere sbarazzino, e della sua ingenuità, e delle abitudini della prima metà del '900, con le famiglie e le malelingue a dominare la vita dei paesani, la sua storia, dicevo, è leggera. Triste, forse, acida come può essere acido il contrasto tra la vita paesana e la città, ormai svecchiata e lontana dalle convinzioni dei contadini e dei loro paraocchi, eppure piena di leggiadria, non saprei definirla in altro modo, anche se poi si trasformerà e appassirà, durante il piccolo romanzo.

Delia infatti è a suo modo una ribelle, una che non capisce perché sua sorella - sposata a un ricco, cittadina, imborghesita, che rende normale un rapporto extraconiugale e rende limpido il disinteresse per il figlio - sia una poco di buono. Delia che non capisce cosa ci sia di male a ridere e scherzare con questo o quel tale, salvo poi, ovviamente, rimanere incinta e, figuriamoci, cacciata dal paese in attesa del matrimonio riparatore. 
E mentre c'è la storia di Delia, lo sfondo si muove.
La fabbrica, le automobili, la città... e i giovani, come il Nini, l'altra figura a suo modo epica, che certo, figuriamoci se non si innamora di Delia, e figuriamoci se non lo fa quando oramai è tardi.
Insomma... leggendo questo, ma anche altri racconti, facevo una riflessione.
Una riflessione sul cosa lasciare, sul cosa dire e dare, mentre si scrive.
Trovo spesso che questa cosa manchi, nella narrativa moderna, e me ne accorgo soprattutto leggendo autori come questi, e altri di cui vi devo parlare, sempre figli di questa collana (Maugham, la O'connor, lo stesso Carver...). Hanno una funzione, un ruolo, uno "scrivere per", che alla fine sarà magari una semplice pennellata, in quell'immenso quadro che è un'epoca e la sua gente, ma quella pennellata c'è, è precisa, decisa, voluta.
Ecco... questa in effetti non c'entra con la Ginzburg, ma c'entra con un discorso più ampio.

Tornando brevemente a questo racconto, trovo anche che sia molto didattico. Risponde molto bene ad alcune domande. L'autrice vuole mostrarci un confine, quello tra città e paese in un'epoca in cui entrambi cambiano, fratturandosi. E vuole mostrarci come si fratturano le persone che ci vivono sopra. E allora ecco prendere un contine, simbolico, ma anche fisico, come la strada che va in città, e disegnarci attorno la storia e farci interessare a essa fino a farci dimenticare, a noi lettori, che è del confine e delle fratture, che lei ci sta parlando. Alla fine, però, quello che ci resta, è ciò che voleva farci restare. 
Ed è una bella cosa.

2 commenti:

  1. Sono contento di commentare per primo questo post così acculturato...
    condivido in pieno l'idea di questa "leggerezza" che permea tutta la prosa della Ginzbrurg. Ricordo di aver letto un suo racconto tristissimo, proprio sul confino, sulla perdita del marito, sulla memoria. Nonostante la drammaticità del tema, le sue parole mi hanno trasmesso una dolcissima maliconia.
    Bravo Gelo a suggerire questa Autrice!

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  2. ma sarai anche l'unico, a commentare :)
    Comunque sì, quell'idea di dolce malinconia è proprio ciò che ti lascia, e lo fa già dalle prime righe.

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