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"Il reggimento parte all'alba" di Dino Buzzati****

Arrivi a una certa età della vita in cui ti accorgi che la gente ti muore intorno più spesso e che - a meno siano tempi di guerre o pandemie - è abbastanza normale sia così.
Sono sempre più numerosi, voglio dire, quelli che muoiono e conosci.
Magari non pensi possa capitare a te, almeno non subito, ma bene o male sei costretto ad avere a che fare e considerare il Mondo dei più.
Venire a patti con la morte, in effetti, pare essere cosa che ha mille sfaccettature, mille e mille approcci, difese e attacchi da prendere, coscienza e incoscienza da scegliere, pesare e mescolare.
E ci vuole classe, coraggio e fortuna, per morire bene, e Dino Buzzati, a quanto pare, ha scelto la sua via, per miscelare i suoi ultimi anni prima della partenza: i racconti, il raccontare, lo scrivere come via per unire i mondi e cucire l'oggi, al di qua, al vicino domani, al di là.
E' questa, l'idea di fondo, che si delinea limpida già nel titolo, Il reggimento parte all'alba, e ancora più dirompente, schietta, sublime, irradia dalle prime righe, nell'introduzione che non posso - davvero non ho cuore di - non copincollarvi qui.
Non è che lui sia militare di mestiere. a tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare, per quanto è esteso il mondo, tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire. 
Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto come passeggero di una nave, senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane, capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire.
E subito dopo, in quello che più che il primo racconto mi sembra il prologo, tant'è che si intitola "A tutti", Buzzati dice:
L'avviso arriva a tutti, con maggiore o minore anticipo, che talora è di ore, o di giorni, talora è di mesi o addirittura di anni: eccezioni non esistono.
Senonché quasi nessuno se ne rende conto. Questo perché nella maggioranza dei casi l'annunzio non consiste in un modulo esplicito come la chiamata alle armi bensì in piccoli segni che facilmente si possono scambiare per fenomeni casuali del tutto indifferenti.
Insomma... è ben chiaro, il tono e lo spirito di ciò che segue. Ed è ancora più chiaro se guardate le date, 1970-71, ovvero il biennio che precede la morte dell'autore, il suo reggimento, anche se io me lo immagino di più andarsene a dorso di Colombre.
Eppure non c'è, o raramente c'è, malinconia, tristezza di quella brutta.
Ci sono tanti piccoli racconti, tracce, immagini, che vanno dai banali segnali premonitori, dagli spettri che vengono ad annunciare la morte a Tizio o a Caio, ma passano per punti di vista trasversali, del messaggero, a volte, o dell'osservatore, o esterno. C'è una prosa a tratti rabbiosa, che in Buzzati non avevo mai visto, e a tratti carica, aggettivata, che non perde in semplicità ma che è intensa e piena di colori.
E c'è tanta poesia, dentro a queste parole, che lasciano il piacere della rilettura.

Struggente, per esempio, il brano dedicato al "soldato" Ottaviano Sebastian, della vecchia fornace, che giunge al dialogo con la madre morta sette anni prima, che per amore, materno e immenso, vorrebbe prendere il suo posto, partire lei, morire di nuovo, se potesse.
E belli, molto belli, piccoli brani come I pescatori, con questo messaggero, che in lacrime finisce per palesarsi, pescando una trota enorme in un laghetto privato senza il coraggi di dire per chi, dei 15 soci, era il messaggio. E bellissimo il non dircelo di Buzzati, per sottolineare che non è qui, lui, per raccontarci (solo) chi muore e come e come reagisce.
E ho trovati belli episodi come quello dello scrittore Caberlot, il regista in rovina Alex Roi (sì, lo stesso cognome del colombre, sì), o l'immagine bellissima dei morti per strage... che passano tutti insieme, non li conosciamo, li salutiamo, "gli rovesciamo addosso grosse ceste di fiori", forse ogni tanto qualcuno... sì... ma sono già corsi via.

Mi ha fatto pensare, questa raccolta di racconti dipinti sulla medesima tela, al contorno della lettura. Ieri era una giornata un po' così... e ho scelto di leggermeli nei prati, in compagnia di una birra fresca, la frutta, le farfalle e margherite stranamente simili, culo sull'erba e schiena sulla portiera dell'auto. Anche la musica, avevo a tratti, ma era un dettaglio indifferente. In quell'ora e mezza di lettura, prima che qualche goccia paffuta mi scacciasse fino a confondermi al fottio di pescatori che festeggiava indegnamente l'apertura della stagione, ecco, ho letto in un certo modo, con una certa pace che era difficile non si mescolasse alle righe.
Poi, la sera, post cena e pre sonno, quando ho finito le ultime pagine, non era più la stessa cosa. Avevano altro sapore, tant'è che gli ultimi raccontini brevi, quasi dei flash, non li ho capiti del tutto e mi restano un po' ostici, distanti, nonostante li abbia riletti poco fa.
Ora, non che lo reputi imprescindibile, ma per certe letture, tipo questa, e forse Buzzati in genere, dovreste munirvi di un contorno adeguato, per leggerlo. Un minimo di pace e grazia, o lentezza, visto che oggi è quella che si festeggia. Non è che dovete andarvene per forza per prati, eh, ma almeno non dedicare mezzo cervello al "dovrei fare questo, dovrei fare quello", potrebbe essere già una buona cosa...

6 commenti:

  1. Ho letto Buzzati da giovinotto, traendone un certo, inafferrabile senso di transitorietà dell'esistente e del reale. Che paroloni, eh? Il problema è che fatico a trovarne di diversi. Diciamo un dubbio inestirpabile che la realtà quotidiana e condivisa sia un semplice, innocente e terribile gioco? Forse va un po' meglio. In ogni caso ho un gigantesco rispetto per questo gelido e appassionato scrittore. Che non mi ha mai abbandonato.

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  2. urca, se da giovinatto mi avessero attaccato "inafferrabile senso di transitorietà dell'esistente e del reale" credo che sarei andato subito dal medico... per capire come si fa a non guarire, più che altro.
    Per il resto, continuo a condividere il tuo rispetto e non sono nemmeno del tutto dispiaciuto di averlo letto da "grande", il Dino.

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  3. un grandissimo autore, ahimè, ancora poco conosciuto, specialmente per i suoi meravigliosi racconti, più o meno brevi.
    consiglio, tra i molti letti... I giorni perduti e Dolce notte (un vero "Splatter/Horror in miniatura....)

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    1. questi due mi mancano, ma immagino e credo siano nella raccoltona che ho qua nei paraggi :D

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  4. Cercavo notizie su il Reggimento parte all'alba e mi trovo in casa tua. Bella scoperta la mia. Non è mia abitudine dopo aver scorso quello che cercavo, di fermarmi e scrivere.
    Ma qui non ho potuto passare oltre.
    Amo Dino Buzzati, ebbi anche la fortuna di conoscerlo molto tempo fa, nel tempo suo migliore: fine anni cinquanta. Lo amo perché lasciando sulla terra i suoi libri, per me è vivo.
    Ha fatto un bel lavoro portare in visione questo libro poco conosciuto, ma così...non ho parole, solo lei con due righe:

    C'è una prosa a tratti rabbiosa, che in Buzzati non avevo mai visto, e a tratti carica, aggettivata, che non perde in semplicità ma che è intensa e piena di colori.
    E c'è tanta poesia, dentro a queste parole, che lasciano il piacere
    della rilettura...
    Grazie
    Elisa Sala Borin
    ps. A proposito i due titoli citati, il primo fa parte di un racconto che si trova su "Notti difficili" e il secondo credo sia su i "Sessanta racconti.


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  5. Beh, mi hai fatto rileggere il post e in effetti, penso ancora tutte le cose che ho scritto
    che non è cosa scontata
    e quindi grazie per l'apprezzamento e per le notizie buzzatiane
    di cui oramai sono fan, e ammiratore, e capisco l'esserne fan...

    Averlo conosciuto, poi... Ohhh.
    Pensa che poi, intro più tre quattro di questi racconti, li ho persino dati ai ragazzini delle superiori a cui faccio tecniche di scrittura, anche se dubito abbiano apprezzato del tutto, ma insomma... se non si semina fiori, inutile lamentarsi se poi crescono erbacce :D

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