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"American Dust" di Richard Brautigan****

C'è una piccola storia, dietro questo piccolo libro.
E' stato, potenzialmente, il mio libro del primo dell'anno.
Dico potenzialmente, perché poi, invece, mi sono letto I ragazzi di Anansi, al primo dell'anno, ché me l'aveva prestato Luca e non ho saputo dire di no, ma non era poi un libro che aveva quelle caratteristiche.
E perché dunque...
Beh, ricordo che ero all'Angolo della musica. Non so come ci sono finito... ah, sì, è vicino alla stazione, era dicembre, non avevo la patente, e giravo in treno facendo amicizia con gente dai colori scuri e con troppi orecchini più di me.
Allora, nei tempi morti, ho scoperto che l'angolo della musica ha anche una libreria, sì. E dovevo, non so perché, comprare un libro. O forse non dovevo. Fatto sta che mi è venuto in mano un libro della isbn, di quelli con la copertina bianca con solo il codice a barre sul davanti, avete presente?

E' un libro piccolo, cosa che sapete è necessaria, per un libro del primo dell'anno. Ed è un libro che ha dei perché, qualche stranezza, qualche natura sghemba che lo distingue. Un libro, dovrebbe essere, che puoi chiuderlo con dentro il dito e continuare a passeggiare sul bagnasciuga senza che il pensiero ti si svuoti dai colori...
Insomma, tutte cose che non si vedono subito, ma si possono intuire,
Vi copincollo una cosa:
Richard Brautigan nasce a Tacoma, Washington, nel 1935 e muore in California nel 1984. Due anni prima, quando il successo mondiale di Pesca alla trota in America del 1967 è un ricordo lontano, Brautigan pubblica American Dust, il suo ultimo lavoro. Un capolavoro minore, nel quale ironia e dissoluzione confluiscono l’una nell’altra. Nei ventitré anni trascorsi da allora, il romanzo - fino a oggi inedito in Italia - ha avuto continue riedizioni ed è stato tradotto in sette lingue.
Ecco, a me questa cosa aveva ispirato, e così ho deciso di comprarlo e di regalarlo a Noemi, non ricordo nemmeno perché, se per Natale o per qualche altra ricorrenza, oppure per nessuna ricorrenza. Non lo so. Così glielo spedisco in Sicilia, e lei, tipo dopo qualche mese, me lo contro-regala, in edizione diversa, ovvero questa che è qui sopra.
Ecco, allora quindi, dunque, l'ho letto questo mese qua, perché, più che altro, non sto leggendo più niente e un libro piccolo mi faceva proprio piacere, soprattutto se era bello, come mi aveva detto Noè. E bello lo era. 
A me, per lo meno, è piaciuto. Ora, io so che ci potrebbe essere qualcuno tra voi che potrebbe muovere due accuse, ovvero che è un libro ruffiano, la prima, e che un libro un po' sempliciotto, da un certo punto di vista. La prima soprattutto ci può anche stare, ve lo concedo, ma io, vuoi perché non puoi sempre vivere con il mitra in mano, l'ho letto a spirito leggero, e mi è piaciuto. 
Ha una sua poesia, una sua leggerezza, a tratti baricchiana, okay, ma non il baricco borioso degli esperimenti linguistici, ma quello delle piccole belle idee, e persino, quasi un'eco leggermente holdeniana, perché questo ragazzino adolescente che riflette e racconta, anche se lo fa ex-post, ti riesce simpatico. Molto simpatico...
E adesso allora ve lo descrivo così, questo libro.
Intanto vi copincollo qualche pezzo, scelto a caso, tanto perché capiate.
Tenete conto che è il protagonista, ora non più giovane, che ci racconto di quando, da preadolescente, un giorno la sua infanzia è finita. Tornerete quindi ai climi estivi di quando non c'è la scuola e si passa le estati a pescare, nell'America vicina alla crisi del '29, dove raccogliere i vuoti della birra di un vecchio ubriacone (vecchio, per un 14enne, è un 35enne) è una piccola fortuna, da curare e preservare.
Quindi vediamo...
Seconda pagina, tipo:
Mentre sono sedito qui, in questo 1° agosto del 1979, accosto l'orecchio al passato come ai muri di una casa che non c'è più.
Oppure un po' di pagine più avanti, quando è l'autore bambino a raccontare:
Pensieri infantili di morti precoci continuavano a dipanarmisi in testa, ma forse sbucciarsi è il modo migliore e più accurato di descrivere la cosa, proprio come una cipolla che, sbucciandola, diventa una palla sempre più piccola e gli occhi mi si riempiono di lacrime finché, a forza di sbucciarla, la cipolla non c'è più e smetto di piangere.
O tipo qui, poche pagine più avanti:
Il mio nuovo vicino aveva sempre i vestiti tutti in ordine. I miei vestiti, invece, il più delle volte non si capiva se me li stavo mettendo o togliendo. Sembravano sempre mezzi messi e mezzi tolti.
I suoi genitori gli volevano molto bene. Lo capivo da come gli parlavano.
Mia madre tollerava a malapena la mia esistenza. Che io ci fossi o no, non le cambiava molto. Di tanto in tanto attraversava dei brevi periodi di affetto intenso nei miei confronti, che mi rendevano sempre abbastanza nervoso, e alla fine ero quasi contento quando tornava semplicemente a tollerare la mia esistenza. Vi prego di perdonare questo interludio edipico fumettistico, tanto più che il rapporto con mia madre non c'entra con questa storia.
Il mio nuovo vicino era più grande di me e controllava la nostra amicizia. I ragazzi più grandi lo fanno spesso.
Per me diventò una specie di fratello maggiore astratto. Era sempre molto gentile e comprensivo nei miei confronti, ma fissava delle distanze tra noi. Io avrei voluto vederlo un paio di volte al giorno e invece ci vedevamo tre o quattro volte la settimana. Questa era una sua scelta. Era lui che decideva quanto tempo passavamo insieme.
Insomma... diciamo che dovrei avervi reso l'idea.
Ora la storia... be', la storia. La storia è un lungo racconto di un ragazzino e della sua estate in cui, al posto di comprarsi un hamburger, si è comprato dei proiettili. Una storia di un rimorso, quindi, ma che racconta di come vede il mondo un ragazzino, non certo avvolto dall'affetto, senza una figura paterna solida, ma nemmeno materna, che però ha fantasia e abilità nell'osservare il mondo, nel coglierne le stranezze, come guardare i funerali o la routine di una coppia che va a pescare al lago scaricando prima tutti i mobili e pescando dal divano.
Insomma... una storia breve che mette un pennello in mano a un preadolescente americano degli anni '30 e ci racconto sia di lui, sia della Grande Crisi, sia di come si può guardare il mondo e di come, a volte, possono capitarti delle cose brutte quando meno te lo aspetti.
Credo che vorrò leggere, prima o poi, il libro più famoso di Brautigan, quello là della pesca alle trote. Intanto mi accontento di questo. Grazie noè, un bel controregalo!

2 commenti:

  1. Grazie a te!!! Un contro regalo presuppone un regalo!!! Me l'hai regalato tra Natale e Capodanno...ed è diventato il mio libro del primo dell'anno, perché l'ho letto quel giorno.


    ^_^
    Contenta ti sia piaciuto!
    Anche a me è piaciuto!

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