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"Camera d'albergo" di Colette***

Indovinate? Ho liquidato questo Racconti d'autore di Colette! 
E' che proprio questa piccolo cumulo sul mobiletto stava alzando troppo la cresta e io, supponente quale sono, ho pensato bene di fargliela abbassare leggendo questo, invece di finire altre mille cose che ho iniziato o prendere in mano il povero eReader, che oramai ha chiesto l'affido al giudice degli ePub.
Poco male... almeno ho scoperto chi diavolo è 'sta Colette  (Sidonie-Gabrielle Colette) francesina vissuta a cavallo del secolo scorso e attiva nella sua prima metà non solo come scrittrice, ma anche come attrice del music-hall, giornalista, critica cinematografica, donna di facili o assenti costumi, emancipata, anticonformista e irriverente.

Ed è proprio irriverente, la parola che più ti viene in mente (ho fatto la rima, son più scemo di prima), mentre leggi il suo raccontone autobiografico.
L'idea che ti fai, mentre Colette ti dice di come ha passato una vacanza in montagna, evitando un cottage solitario già pagato per finire in una "Camera d'albergo", piena di comfort e di gente che se la tira. E diciamo pure che, leggendo le sue critiche e la sua ironia verso una classe borghese aristocratica che non ha un cazzo da fare in tutto il giorno, ti fai l'idea che solo una come lei può raccontartelo, questo mondo, per il semplice motivo che vi appartiene.
Se quindi, da un lato, lei critica, dall'altra mostra gli stessi atteggiamenti criticabili e lo fa con un candore apprezzabile e leggiadro, un modo curioso di descrivere quel che le capita, senza filtrare la sua visione, a tratti, astraendosi completamente, in altri momenti.
In certi passaggi ti viene in mente la pagliuzza e la trave, nel senso che dopo aver sparato a zero su personaggi che incontra - una coppietta sposata e gentile che sembra, inizialmente, noiosa e frou frou - la vedi comportarsi nello stesso identico modo, anche se, sembra dire tra le righe, non gliene frega niente, di ciò che pensa il lettore.
Mmm 

Vediamo se trovo qualche riga che fa vedere come è simpaticamente ironica. Ah, ecco, ho trovato proprio dove descrive la signora Haume, incontrata al suo arrivo nell'albergo. Sembra quasi, con ironia, distruggerla, mentre poi, alla fine, sarà il personaggio che considera di più (ma non quello che salva, che invece è un altro). Comunque leggete:
Si issò fuori del bustino, passando energicamente le mani sulla vita. È un gesto che le donne hanno ritrovato nel 1939. La signora Haume indossava un vestito leggero, bianco a righine blu, con un nastro di grossagrana alla cintura. L'orlo della gonna sfiorava la ghiaia. Era perciò quello che si chiamava un vestito corto. Si pettinava come la maggior parte delle donne di quel tempo, che ancora non si tagliavano i capelli, ma tenevano la nuca scoperta e increspata, con i capelli riuniti in alto e spinti in avanti come un'onda sulla fronte. Pettinatura graziosa, che avvolgeva bene la testa e consentiva variazioni personali. Un copripettine di un azzurro nontiscordardimé sollevava, da dietro, la falda del cappello. 
Un donna che si preoccupa della moda somiglia a tante donne. Un po' arrossata, forse per il vestito stretto, con gli occhi spalancati, la bocca piccola e pronunciata, la signora Haume ricordava la Salvator, il cili ritratto dipinto da Boldini si trova al museo del Luxembourg. Anche Helleu ha disegnato, assottigliandole, varie signore Haume. Su questa, una borsetta di maglie dorate, una catenina di platino al collo e alcuni diamantini completavano - sto dimenticando le scarpe gialle, appuntite - un abbigliamento da località termale, la cui foggia si sbaglie-rebbe molto a credere che possa scomparire. Ci saranno sempre donne che per principio si daranno da fare per soffrire il caldo d'estate, il freddo d'inverno, e la congestione facciale dopo un pranzo. Come "ci sarà sempre, da qualche parte del mondo, un teatro che rappresenterà Carmen, così ci sarà una donna pronta a dire: «Non mi corico mai durante la digestione. Le scarpe? Macché, non mi vanno strette, ho un piede che si scioglie...».
Lo confesso... queste parti, non sono granché avvincenti, quando si dilungano, e all'inizio, quasi quasi, hanno lambito il nervo della mia noia, però, col senno di poi, non vi posso dire che sono brutte. Diciamo pure che non fanno per me, che dei modi e della socialità di quella Francia, me ne frega poco, ma non posso non apprezzare questa tagliente abilità descrittiva

Ma veniamo alla storia, al volo, e poi al cuore dello scrivere di questa Colette, per lo meno in questo lungo racconto. La storia è semplice, semplicissima e banale. Colette ci racconta in prima persona dell'incontro con Lucette d'Orgeville, personaggio che ho apprezzato parecchio e che sembra essere collaterale ma che poi riemerge, e sarà quello con la storia più viva e particolare. Lucette le propone una vacanza in un cottage, rustico, diciamo, e diciamo a scrocco, perché Lucette è una che si arrischia a sfruttare gli uomini e sia le loro ricchezze, sia il loro cuore. Colette accetta, ci va, lo guarda e tira dritta al primo albergo con la sua gatta. Uno snobismo così accentuato da risultare simpatico!
Qui incontra la coppia degli Haume e dopo poco scopre di una relazione extraconiugale di uno dei due e vi finisce coinvolta, pur non volendo, ma in fondo in fondo, godendone di tutto quello spettegolamento e quella vita superficiale che critica ma vive. La fine sarà pure con un pizzico di tragicità, ma non si perde mai un piglio ironico e una leggerezza, una voglia di prendere per il culo i costumi e i pensieri dell'epoca.

Emblematico, secondo me, il personaggio (?) della gatta di Colette, altrettanto snob.
Sentite, vi cerco un pezzetto, che è molto carino. Proprio quello dove ci presenta la gatta. A me, le descrizioni della gatta, sono piaciute molto, ma la sua presentazione è forse la migliore:
Lasciando Lucette, maledii la mia pusillanimità, che mi guardo bene dal confondere con lo spirito di avventura. Chi diavolo ha cercato di persuadermi che sono dotata di un istinto avventuroso? Tutt'al più so dire all'avventura un «sì» precipitoso che crede di comprare la tranquillità. Ancora una volta avevo detto «sì», per avere un po' di tranquillità. E anche a causa della mia gatta, che mi sembrava carente di ossigeno dopo un lungo anno* di appartamento. Era una gatta striata, raccolta in campagna dove la miseria degli animali è grande. Dapprima selvatica, pronta ad arrampicarsi sui muri se la rinchiudevo, aveva poi acquistato fiducia e coraggio, fino a diventare la Regina delle Gatte - o almeno credeva di esserlo. Prendeva l'ascensore, mangiava nei caffè, saliva in tassi e viaggiava in treno come una persona, mettendo in mostra un muso freddo e stupendo, classicamente screziato, e un paio di occhi verdi di un bagliore sovrannaturale. Un giorno che la rimproveravo, mi saltò alla faccia, senza mostrare troppo gli artigli, ma per una questione di principio e per il protocollo. Sulle loro prerogative, poche gatte sono disposte a transigere. Sono invece i maschi che discutono e si umiliano, a patto che facciamo finta di prendere sul serio le loro chiacchiere, inni guerrieri, battiti di coda e altre parate di pura intimidazione.
La striata si chiamò inizialmente Péronnelle, poi Prrrou. Sono nomi che troverete nelle pagine dei miei vecchi romanzi. Ma quei nomi le si sfilacciarono addosso come vestiti di cattiva qualità. Diventò una gatta fuori serie, e si sa che le gatte con un carattere forte non hanno bisogno di un nome. Si chiamò: «Vieni!». Si chiamò: «Ma dove sei?». Si chiamò: «Su, presto!», e non menziono i nomi di fantasia, di entusiasmo o d'intimità come: «Luce dei Versanti, Striata al limite della Striatura, Uccello Gatta, ecc.». Nessuno ha mai fatto troppo scalpore intorno a essa, e nemmeno io. Non ha ricevuto visite di giornalisti, né ha concesso interviste. Abbiamo vissuto insieme. Quando ho dovuto affidarla a mia madre, durante una lunga assenza, la gatta striata ebbe l'idea di morire, e morì. Se ne parlo in questo racconto, non è per darle un posto di spicco. Ma era presente, quando mi accaddero queste cose...
Bene... insomma, avete capito e mi sono dilungato troppo. Forse Colette non lo meritava, ma io davvero non la conoscevo e anche se è una lettura che, alla lunga, non fa per me, ha comunque qualcosa di bello, di una sorta di visione irriverente e gioiosa della belle epoque, che al di là della critica, ti rende simpatici sia i moralisti, sia i peccatori (che spesso coincidono, eh) ed è comunque narrata con una prosa elegante e sciolta, che solo apparentemente sembra semplice, perché è invece zeppa di citazioni e con un lessico non banale. Quindi, anche se all'inizio mi stavo dicendo "ihhh ma che palla sarà 'sta lagna amorosa" alla fine era tutt'altro, e mi è piaciuta.

Ah, dimenticavo: il cuore della scrittura dell'autrice. Le persone! Come si comportano, i gesti, i piccoli comportamenti rivelatori, le espressioni, i particolare. In tutto il racconto è attenta alla descrizione delle persone, usandole, tra l'altro, per descrivere il suo tempo. Una per tutte, la descrizione di Lucette altro non è che una descrizione a contrasto, dicendoci di Lucette ci sta dicendo di se stessa, di come, forse, vorrebbe essere e non ne ha il coraggio. Basta dai, non avrei mai pensato di scrivere un post così copioso. Perdonatemi! Con il Wilde che verrà sarò più breve :)

2 commenti:

  1. Dopo aver letto il tuo post mi sono ricordata di possedere un librino della Sellerio che mi avevano regalato tanto tempo fa.
    La Gatta di Colette, 1933. Mai letto, ma adesso lo leggerò e ti saprò dire.
    (la mia gatta si chiama Joy, ma volevo chiamala Prozac).

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  2. Joy è bello, ma prozac era bello anche più. Leggi la bio, della Colette, era una figa, e non parlo di scrivere.
    Comunque sì, la gatta dev'essere stata tra i meglio riusciti, perché è citata qua e là :)

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