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"L'Immacolata concezione e altri racconti" di Alfred Döblin***

Ma io ve la dico subito e chiara: non li ho capiti del tutto, questi racconti di Alfred Döblin.
Sono l'uscita di domenica scorsa e, così come farò con quella di ieri, l'ho cominciata a leggere subito, perché era fatta di piccoli racconti e la cosa a me stuzzica sempre.
Ce n'è 7, qui, e vi elenco i titoli, ché magari chi conosce l'autore (qualcuno là fuori lo conosceva? No perché... io proprio mai sentito, anche se Berlin Alexanderplatz l'avevo comunque orecchiato) è contento. 
L'Immacolata Concezione è una rilettura del concepimento più famoso, quello con una vergine, appunto, e già qui io non l'ho capito del tutto e non è stato tra i miei preferiti.
Poi, nell'ordine: Astralia, La vecchia signorina e la morte, La porta sbagliata, La veleggiata, La metamorfosi e Il terzo,
Sono racconti, tutti, spesso metaforici, ironici, malinconici e surreali, anche se lo sono in modo strano, perché spesso mi sono ritrovato a pensare che c'era sicuramente qualcosa da capire, che io non stavo capendo e quindi mi sono rimasti un po'... criptati.

Vi dico subito, tanto per capire, che sono racconti del primo decennio del secolo scorso e non lo direste mai, perché hanno un piglio tutt'altro che datato. 
Nel terzo, per dire, molto più chiaro nelle sue intenzioni, sono riuscito a godere appieno del suo surrealismo narrativo: c'è questa anziana zitella che si rende conto di morire e comincia ad aspettare la morte per un attimo con terrore, quello di tutti, e poi come fosse un amante che arriverà. E allora si agghinda, è felice, lascia le finestre aperte di notte e un posto a letto, rendendo il tutto grottesco e malinconicamente ridicolo. Ed è un bel racconto e dentro ci sono piccoli passaggi deliziosi. Vi copincollo uno che mi ero segnato:
Durante la notte gli orologi ticchettavano nella sua stanza. Ce n'erano due appesi alla parete: uno inghiottiva pacifico il tempo, ogni mezz'ora emetteva un belato, si saziava, ma continuava a ruminare; accanto l'orologio a cucù ciondolava e gracidava a perdifiato e faceva una specie di capriola ogni volta che lanciava il suo miserabile grido. La signorina balzò dal letto e arrestò il pendolo. Mentre di nuovo giaceva immobile, l'orologio piccolo trasalì e il volto di quello più grande si contrasse in un sogghigno. La signorina si gettò addosso i vestiti, corse fuori, nel parco. I suoi occhi si aggrappavano ai neri grovigli degli arbusti. «Dovrò morire, dovrò morire». Ritta accanto allo specchio d'acqua che fumava nelle prime luci dell'alba, fissava davanti a sé con sguardo tremulo. S'immerse diguazzando, tra ansiti e grida, gli occhi spasmodicamente serrati, battè le sue scarne manine sull'acqua, poi, d'un tratto, si voltò e fuggì a casa tra gli alberi neri. La vecchia signorina si fermò in piedi davanti alla sua finestra. Quando si fece più chiaro, la sua bocca ebbe ancora ripetuti sussulti, un brivido le percorse le membra, le sue labbra si serrarono, cadde all'indietro sul materasso. Rigida come un pezzo di legno, si raggomitolò tutta nel mezzo del letto. Le sue mascelle erano strette in una morsa spasmodica, gemeva. Gli occhi mandavano lampi ora verso la finestra, ora verso la porta. Muta, tirò a sé la coperta.
Ecco. Ve ne sono altri, sparsi qua e là tra i racconti. 
Poi come vi dico: quando ho colto tutto, come anche in Astralia, dove un vecchio ubriacone che si crede un predicatore viene descritto in una sua nottata alcolica che termina tra la triste comprensione della moglie e la derisione dei suoi dintorni, ecco, sono pronto a dirvi che è un bel racconto. 
Ma in altri, come in La metamorfosi, fortemente autobiografico, la storia d'amore e non-amore tra la Regina e il Principe è a dir poco stravagante e strana, con passaggi e azioni che non sempre si capiscono, pur non essendo certi descritti in modo criptico. Oddio, quel che è certo è che il suo obiettivo, la tristezza, l'autore lo raggiunge, perché sia in questo, sia in Ostenda, questa storia d'amore andata a male fra uno strano brasiliano e una strana giovane donna, diciamo che sei tutto tranne che felice, una volta terminata la lettura. 

Tra l'altro, anche nei momenti un po' surreali, non ho potuto fare a meno di pensare che non erano poi tanto lontani, questi scritti, dalla pitture di quei tempi, dal modo distorto di distorcere le cose, per enfatizzare le caratteristiche e le sfumature. 
Secondo me emblematico, per surrealismo ed espressionismo, è stato l'ultimo racconto, che mi era piaciuto tantissimo fino al finale, che mi ha lasciato quasi infastidito. Ve lo racconto un po'.
In Il terzo c'è un ginecologo famoso che ha bisogno di una segretaria e piglia una quaglia bionda e innocente che, così, senza nemmeno malizia, direi, provvede a corteggiare il primo giorno di lavoro e a trombarsi una settimana dopo. Qui è dove lei, subito, cede:
La ragazza fu scossa ancora una volta dai singhiozzi, si terse gli occhi con un fazzoletto leggerissimo, si alzò, si girò e lo guardò da sotto in su con occhi arrossati. La fanciulla dai capelli biondi - il suo nome era Mary Walter - posò poi il capo sul suo panciotto bianco e, con grande stupore dell'uomo, gli offrì la bocca. Il dottore voleva dapprima frugare con la mano sinistra nella tasca della giacca in cerca del suo pince-nez, per osservare da vicino quel fenomeno, ma poi la baciò con decisione chiamandola per prudenza «cara signorina Walter». La signorina Walter tornò a sedersi sulla sua seggiola, lui a camminare soddisfatto su e giù per la passatoia, riprendendo la dettatura. Al termine del lavoro le fece qualche dichiarazione d'amore, così, perché gliene era venuto l'estro, e lei sulle prime, senza capire, le stenografò, ma poi, sentendo il proprio nome, capì; si mise allora a camminare sulla passatoia sottobraccio all'uomo sconcertato; ma in cuor suo il medico, sempre pieno d'impegni com'era, si rallegrava sinceramente del rapido svolgimento della faccenda.
Salvo poi scoprire la di lei verginità e incazzarsi come belva, dando vita a un rapporto malato e assurdo di quasi reciproca sottomissione mentale che si conclude con una lettera di un terzo, appunto, che avverte il dottore riguardo alla corte che sarà fatta alla sua nel frattempo diventata moglie e di doversi per questo suicidare il giorno tal dei tali. 

Bene... basta così che ci ho perso pure troppo a parlarvi di 'sto Döblin e della sua malinconia, fattore che, alla fine, è presente in tutti i brani, assieme al senso di ineluttabilità e deriva. Ma forse, sono solo io che ce l'ho visto... Voi?

Ah... così, per chiudere, siccome scrivendo il posto mi sono messo ad ascoltare i Rammstein, vi lascio questa ballata, questo tentativo di riconcigliarsi con il mondo anglofono, inutile, musicalmente, ma simpatico, perché sì, insomma... fare le ballate rock in tedesco... è tutta un'avventura (e comunque ne escono un milione di volte meglio che gli skorpions eh) :D

6 commenti:

  1. Beh, a me sembrano parecchio interessanti, i racconti di Döblin. Alexanderplatz è un libro urticante, di quelli che leggi a due-tre pagine alla volta, odiando e idolatrando l'autore, sperando e augurandosi di - non scrivere mai / di scrivere sempre - come lui. La tua rece mi ha ricordato i "Racconti tormentosi" di Karel Capek, edito da Sellerio, un'antologia meravigliosa che ti consiglio.
    La canzone dei Rammstein, «Stirb nicht vor mir» - non morire prima di me, quando uscì mi irritò perchè sembrava correre dietro alla vampirologia all'epoca di moda. D'altro canto si tratta di una bella ballata, deliziosa forse anche grazie alla lingua di Goethe.
    Grazie per la segnalazione!

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    1. Karel Capek... che bel titolo, Racconti tormentosi.
      Me lo segno mentalmente, tanto un nome così me lo ricordo.
      E comunque anche a me la ballata per quel verso irrita,
      ma poi mi sono ricordato di Ohne dich, dove non cercano di ammiccare a qualcosa che non gli appartiene, e sono stato contento di ascoltare Ohne dich.

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  2. Che poi non è mica detto che bisogna capire tutto, anzi che noia quelle storie precisine in cui torna tutto...
    Berlin Alexanderplatz (che io ho letto in tedesco) è uno dei Grandi Romanzi Del Novecento. Ho letto anche un paio di altri suoi romanzi che non so siano stati tradotti ma mai nessun racconto.
    Di Capek raccomando caldamente La guerra delle salamandre.

    Bleh Rammstein. Beccati questa ballata gaya che i Tocotronic hanno coverizzato dai Turbonegro piuttosto
    http://www.youtube.com/watch?v=gEpD3KxD1RU

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  3. oh grazie! che bella cover! ora me li ascolto tuttogiorno!

    e ora che mi citi la guerra delle salamandre, l'avevo già sentito come titolo--- grazie caro- Ce la farò prima o poi.

    Voi due siete sempre preziosi,
    sapevatelo!

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  4. Io ci ho capito poco e quel poco l'ho trovato irritante.
    Poi "Il terzo", in cui lo spasimante consiglia al ginecologo di suicidarsi e nessuno, neppure il parroco, lo convince della follia della cosa, l'ho trovato un po' tragi-comico, ma più che altro grottesco.

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    1. ma a me parevano tutti sul grottesco andante, ma adesso, a distanza di mesi, non è rimasto molto, anche se me li ricordo eh :)

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